STORIA
VIAGGIO NELLA CIVILTÀ CONTADINA
Come vivevano le famiglie contadine della prima metà del‘900? Lavoro, usi, abitudini e società… Intervista al Prof. Aldino Monti, docente di Storia moderna all’Università di Bologna, sulla figura dei braccianti e sulle lotte politico-sociali che li videro coinvolti
Immaginate una corte
 , una della tipiche case di campagna della Bassa padana. Immaginate la grossa casa padronale con davanti l’aia di forma quadrangolare (rigorosamente situata a sud). L’ala con i bassi servizi, costruita a fianco della casa, dove si tenevano gli attrezzi, i carri, gli strumenti da lavoro e la legna da ardere. Di fianco il forno per cuocere il pane e la lavanderia. Più lontani la stalla e l’orto. È verso le cinque di mattina che la casa inizia a prendere vita, quando il suo proprietario si sveglia per compiere i primi lavori della giornata. È, infatti, alle prime luci dell’alba che si alza il protagonista di quella che sembra essere una storia, una favola da raccontare ai bambini, ma che in realtà rimanda a un mondo che non tutti oggi ricordano o conoscono: quello dei contadini. Non dei contadini per così dire moderni, degli ultimi anni, che possono contare (per fortuna!) sulla tecnologia per rendere meno faticoso il loro lavoro, ma quello dei contadini da inizio Novecento fino agli anni ‘50. Quella che si potrebbe definire civiltà contadina e che a volte, soprattutto nella mente dei più giovani, sembra essere un mondo lontano, conosciuto solo attraverso i ricordi dei nonni. Ricordare come si viveva una volta, come si lavorava, le problematiche del lavoro, della gestione della casa e le usanze non è solo un modo per fare un tuffo nel passato, è anche un modo per conoscere meglio una terra, come la nostra Pianura Padana, che su questo tipo di vita e di civiltà ha costruito la propria storia e le proprie radici.
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SOCIETÀ
PER CAMBIARE IDEA BISOGNA AVERNE ALMENO UNA DI SCORTA
La penuria di idee affligge principalmente quanti sono affetti da localismo spinto. Il forte senso di appartenenza e l’adozione del dialetto, quale mezzo di esclusione degli “estranei”, conferisce loro una percezione di superiorità che è scambiata per razzismo
Per
essere davvero razzisti, però, ci vorrebbe più perspicacia di quanta ne richieda il semplice comportamento utilitaristico a difesa di privilegi e potere. Le persone in oggetto si crogiolano nel tepore di un ambiente ristretto, in cui la propria voce conta, è ascoltata dagli altri membri della “confraternita” e dove nessuno li obbliga a fare sforzi per migliorarsi. Costoro temono perciò lo spazio esterno, vissuto come ostile, e si illudono che l’universo possa essere tenuto alla larga; tipico è il tormentone: ad un palmo dal mio culo può cascare il mondo! Ad essi serve mantenere viva l’esistenza di un nemico forte e minaccioso, perché fornisce un facile ed immediato senso di appartenenza: noi siamo di qua, nel giusto, contro tutti gli altri. Essi sono prevalentemente caratterizzati da livello di istruzione fermo alla scuola dell’obbligo con scarsa capacità di rapportarsi al di fuori della cerchia familiare e locale, tra loro: bottegai mai divenuti commercianti, artigiani incapaci di imprenditoria, agricoltori che sfruttano i sussidi comunitari, vari Monsù Travet, persone che beneficiano di rendite di posizione ed altri assolutamente incapaci di competere. Su questo “humus” allignano con faciltà xenofobia, omofobia e superstizioni varie. A costoro basta il dialetto per quasi tutte le relazioni, sono interessati solo a quello che riguarda la comunità, amano i raduni tribali e le sagre paesane e danno fiducia a chi dà loro ragione.
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SOCIETÀ
LA PAURA E' UN ODORE
I rituali della paura nell’improbabile post-crisi economica
Che la
 paura sia un odore lo diceva Gaber, profeta dell’attuale era barbarica, lui sosteneva che “non si è mai coraggiosi abbastanza per diventare vigliacchi definitivamente”, eppure aveva riconosciuto, nell’uomo degli anni ’70-’80, quel seme della generazione ansiosa e della degenerazione della solidarietà che sono ormai elementi portanti del nostro quotidiano degrado. Gaber definiva la paura, forse per nobilitarne il senso, “vigliaccheria emotiva” e aggiungeva inoltre che, di notte, solo, in giro per Milano, se incrociava un’ombra sospetta, solo allora amava la polizia, e lei lo sapeva perché si faceva desiderare. Se Gaber facesse una passeggiata per Milano oggi, probabilmente incrocerebbe una ronda e forse avrebbe paura sul serio. Al di là degli sproloqui artistici e ritornando al concreto, una lettura della attuale realtà ci viene offerta dalle solite indagini statistiche che stabiliscono, prima di tutto, che la paura ha un ceto. Il suo status sociale varia a seconda del grado di istruzione del soggetto.
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EDICOLA
L'ERETICO DI NOVEMBRE
Le mani e la terra, mondo contadino e agricoltura fra passato e presente
Lavorare la terra: oggi un mestiere di pochi. Come vivevano i contadini di un tempo? In che condizioni si trova l'agricoltura oggi? Da contadini a produttori, dal contatto con la natura ad una nuova gestione dei frutti della terra secondo una logica di mercato. Cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato? La storia sociale e il confronto con il nostro presente, sono certamente un modo proficuo per comprendere i problemi dell'uomo contemporaneo. A breve il passato contadino delle generazioni precedenti rimarrà soltanto materia di racconto o di studi storici. Il mondo è cambiato soprattutto in questo: da una società che produceva direttamente il proprio sostentamento, ad una nuova che attraverso l'economia di mercato acquista cibo in quella che è l'ultima tappa della catena economica: il supermercato. Oggi non si maneggia la zappa per ottenere dalla terra ortaggi e cereali per il pane, ma si producono oggetti, o si concorre a creare servizi di ogni tipo, davanti a schermi di computer o macchine rumorose. Il senso del lavoro spesso ci sfugge e si riduce al puro ottenimento del denaro. Curioso oggetto, questo denaro, oggetto sociale che gode di un'ironica peculiarità "filosofica": esiste solo perchè noi crediamo che esista. Una pianta, una vacca sono sempre una pianta o una vacca, anche da punti di vista diversi rispetto a quello umano. Ma il denaro, spogliato della sua convenzione sociale, è solo carta, metallo, numeri su un conto corrente e sullo schermo di un computer.
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LETTURE
MARC AUGÉ, “IL BELLO DELLA BICICLETTA”
Perfettamen
 te mimetico rispetto al suo oggetto, “Il bello della bicicletta” di Marc Augé è un felice esercizio di eleganza e d’intelligenza, svolto con straordinaria leggerezza e rapidità; un breve testo agile e divertente, il quale tuttavia rimane impresso per la potenza della carica utopica che contiene e per l’assoluta serietà del progetto politico che propone. Nella prima parte la memoria degli anni eroici del ciclismo su pista e su strada, dominati dalle imprese leggendarie di Coppi e Bartali, Gaul e Bobet, Van Steenbergen e Anquetil, s’intreccia con il ricordo dell’iniziazione e dell’apprendistato personale: il mito, infatti, mette radici e si rafforza se trova eco nell’uso e nell’esperienza immediata dell’adolescente: negli anni della maturità l’anima custodisce una sorta di memoria biomeccanica, che, come un imprinting lorenziano, resta impressa nei muscoli e nel cervello in modo tale che nessuno dimentica più come si fa ad andare in bicicletta e nessuno può mai cancellare la coscienza del proprio corpo e del proprio carattere acquisita mediante la pratica del ciclismo. L’uso della bici comporta, infatti, un impietoso corpo a corpo con se stessi e un’avventurosa scoperta dello spazio: sensazioni di potenza, orgoglio e libertà si legano strettamente all’acquisizione di una rigorosa autodisciplina e all’esatta nozione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
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SOCIETÀ
A LEZIONE SULLO STRANIERO
L'incontro con lo straniero non è sempre facile, ma è fondamentale per capire la nostra identità. È questo il messaggio lanciato dal Professor Umberto Curi al nono Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo sul tema della comunità.
U
 no sfondo verde con davanti in primo piano i sette nani del celebre film Disney. Ognuno con i suoi strumenti di lavoro, con i suoi abiti e cappucci colorati diversi da quelli degli altri, ad indicare l’appartenenza a una comunità, ma anche la particolarità del singolo e la sua individualità. È questo il manifesto che ha scelto il Festival filosofia, a sottolineare il tema degli incontri di quest’anno: la comunità. Sono stati quasi 200 gli appuntamenti della manifestazione, svoltasi a Modena, Carpi e Sassuolo tra il 18 e il 20 settembre: lezioni magistrali, spettacoli, mostre, rassegne di film, letture e giochi per bambini. Un calendario ricco di eventi volti ad indagare il concetto di comunità a 360 gradi, sotto i suoi molteplici aspetti: valori e fondamenti, tensioni e passioni del vivere insieme. Filosofi, sociologi, antropologi e teologi hanno esplorato le modalità di rapporto tra i singoli all’interno della comunità, proponendo riflessioni su valori quali amicizia e fiducia, ma anche sulle possibili cause di conflitto come il risentimento e la rivalità. Hanno esaminato il rapporto tra comunità istituita e diritti individuali, così come i diversi luoghi della comunità, dalle frontiere alle global cities, fino alle nuove forme di condivisione offerte dai social network
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SOCIETÀ
SCHIAVE VENUTE DA LONTANO
Oltre metà delle prostitute attive in Italia (circa 70mila in tutto) sono straniere, molte di loro clandestine. La situazione nelle province rivierasche del Po, le azioni delle forze dell’ordine per debellare lo sfruttamento e il racconto di chi da anni aiuta queste donne, ricche di sogni e speranze
 Sarà che nel 2008 compiva mezzo secolo la “legge Merlin”, quella che fece chiudere le case di tolleranza, e in terra di Po le ricorrenze si festeggiano prima di tutto parlando. Sarà che, cinquant’anni più tardi, due parenti lontanissime (e non solo in senso cronologico) della senatrice veneta sono tornate sull’argomento: prima depositando un referendum per riaprire le case chiuse («Garantendo strade sicure ai cittadini e libertà dalla schiavitù alle prostitute» spiegò Daniela Garnero, già coniugata Santanché), poi proponendo un disegno di legge per punire la prostituzione in strada e nei luoghi pubblici («Il ddl non regolamenta la prostituzione, ma la contrasta duramente» dichiarò lo scorso settembre alla stampa Mara Carfagna, da pochi mesi ministro delle pari opportunità). Sarà che, nel mezzo, periodicamente nostalgici della marchetta, tentati moralizzatori, sindaci e altri soggetti hanno cercato di modificare la normativa vigente, magari per motivi diametralmente opposti. Resta il fatto che l’argomento delle “donne in vendita” non passa mai di moda: il tempo si divide solo in stagioni in cui se ne parla di più o di meno. La questione è sentita praticamente da tutti, non c’è luogo d’Italia che non sia interessato dal fenomeno: ogni realtà cerca di rispondere, a volte con le regole, altre volte contro le regole, altre volte, semplicemente, con il cuore e mettendosi in gioco.
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SOCIETÀ
CONFRONTARSI
I giovani italiani rispetto ai coetanei europei risultano più chiusi e timorosi verso la diversità culturale. E questo tipo di chiusura comporta ritardi anche nella capacità di innovazione e di progresso sociale
 Perchè si teme, si combatte o si cerca di evitare la diversità? La parola “diversità” ha una ricca serie di sfumature e può riferirsi a molti aspetti della vita sociale e umana. La diversità può essere fisica, in primo luogo (colore della pelle, fisionomia). Poi vi sono diversità di costume, di tradizioni, di visioni e mentalità. Ma diversità da cosa o da chi? Non si richia di semplificare troppo la questione se si afferma che l'essere umano, tendente a riunirsi e strutturarsi in società, sia imprigionato tra desiderio di individualismo e di affermazione e l'altrettanto forte desiderio di uniformarsi al gruppo per essere accettati. Chi entra o cerca di entrare in questo spazio (apparentemente) omogeneo, magari se portatore di “diversità”, viene guardato con diffindenza o addirittura respinto e combattuto. L'attualità ci spinge a considerare un tipo di diversità culturale e sociale che incontriamo attraverso l'immigrazione. È questo uno dei timori più diffusi del nostro tempo. La Fondazione Intercultura ha analizzato un vasto campione intervistando 1.400 giovani frequentanti le scuole superiori di varie regioni italiane. Ne è emerso un quadro inquietante. La maggior parte dei giovani italiani percepisce la presenza dello straniero all’interno dei confini in modo esagerato (il 30% è il dato percepito contro l'8% del dato reale). Altro dato negativo è che a confronto dei coetanei europei gli italiani appaiono più timorosi e rigidi nei confronti degli stranieri. È chiaro che questo dato è la risultante di una reazione emotiva di timore e della strumentalizzazione di questa stessa paura ad opera della politica.
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EDICOLA
L'ERETICO DI OTTOBRE
Incontro con la diversità: culture diverse punti di vista diversi. Il numero di ottobre è dedicato al tema della diversità, in particolare all'incontro-scontro con culture diverse attraverso il complesso fenomeno dell'immigrazione. Testimonianze, dati, riflessioni. All'interno, inoltre, un'inchiesta sulla prostituzione: chi sono, da dove vengono?
Tem
a attuale e spesso campo di scontri ideologici. L’incontro con l’altro, con quello che è o si ritiene diverso da noi stessi. Non solo il colore della pelle o differenti credenze religiose, ma anche la diversità di pensiero e di mentalità ci fanno percepire un senso di ostilità. A volte senza lo sforzo di capire. Il cinema e la letteratura di fantascienza dipingono un mondo futuro non troppo distante dal presente in cui la società prospera grazie ad un efficientismo scientifico che garantisce ordine e prosperità. Queste garanzie di ordine, tuttavia, sono ottenute attraverso una uniformazione di massa, interiore ed esteriore, nei gesti e nei pensieri. Talvolta, in questi racconti, interviene un gruppo di eroi ribelli a rivendicare l’autonomia del pensiero e il valore della diversità individuale. Come spesso accade, sotto le spoglie della metafora e dell’allegoria, risiedono paure ben più reali. Il mondo tecnologico e burocratizzato, l’estensione ormai planetaria del modello di sviluppo occidentale, non possono non farci percepire un certo disagio. Ma l’opposizione ad un modello che “aliena” l’individuo da se stesso può determinare una reazione di difesa altrettanto negativa: la difesa del proprio piccolo spazio, la paura del cambiamento e della diversità. Il numero di ottobre de L’Eretico è dedicato proprio a questo aspetto. Filo conduttore è il fenomeno estremamente attuale dell’immigrazione, con tutti gli strascichi di irrazionalità emotiva e strumentalizzazione retorica che questo comporta. All’interno troverete diversi contributi riguardanti questo “incontro con la diversità”. Innanzi tutto attraverso una documentazione precisa (ISTAT) abbiamo cercato di ricostruire il reale impatto di questo evento epocale.
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