SOCIETÀ
LO STATO O E' SOCIALE, O NON E'
«Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia…» (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art.25). «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…» (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 2).

Ciascuno dovrebbe contribuire al mantenimento dello Stato in misura della propria capacità e questi dovrebbe “ridistribuire” queste risorse, sotto forma di servizi, ai cittadini secondo i loro bisogni. In Italia cresce la probabilità che sempre più persone perdano la copertura dei servizi essenziali (salute, istruzione, giustizia, casa, lavoro, pensione) e si ritrovino nell’indigenza e nell’abbandono. Il diritto all’assistenza sanitaria, innanzitutto, dovrebbe essere fruibile indipendentemente dal livello di reddito e dalla cittadinanza. Subito dopo è l’istruzione a dover essere considerata un bene primario; è sotto gli occhi di tutti la ”evoluzione” che tende a differenziarla per ceto sociale ed etnia di appartenenza. Anche la certezza di veder riconosciuto il proprio diritto, quando si è subito un torto, dovrebbe essere riconosciuto a tutti, rapidamente e senza oneri.
L’aumento delle diseguaglianze sociali è spesso causa di conflitti intergenerazionali, di genere o di censo mentre la politica sembra consapevolmente decisa ad abbandonare a se stessi i più deboli. Sono sempre più scarsi i servizi sociali alla persona come assistenza domiciliare, asili, strutture di accoglienza e di supporto a chi vive nel disagio. Le risorse vengono dirottate verso avventure belliche, agevolazioni ai ceti più abbienti, risanamenti bancari ed aziendali a favore dei soliti imprenditori la cui incapacità è pari solo allo loro ingordigia. Esempi abbondano, si va dalla riduzione del livello di assistenza sanitaria pubblica a favore dei privati alla sovvenzione a scuole ed università private esclusive ed altre spese scellerate, e si sa che le tasse le pagano solo quelli che non riescono a sottrarsi ovvero principalmente dipendenti e pensionati. Che Stato è quello che si limita a prendere atto che disuguaglianza e povertà sono tra noi come male ineliminabile? Chi ha la sventura di finire in questa situazione può sperare solo negli interventi assistenziali e di volontariato. È in questo contesto che si manifestano iniziative umanitarie più o meno efficaci; queste si sono così evolute e radicate, da far dimenticare che la causa prima della loro esistenza è il “diverso impegno” dello stato. Insomma veniamo sollecitati a farci carico una seconda volta di quanto abbiamo già pagato con le tasse. La solidarietà è diventata una merce e per promuoverla vengono adottate le stesse metodologie e tecniche di marketing impiegate per promuovere acquisti ben più effimeri. Inoltre, per vincere la competizione fra loro non si esita a sfruttare bambini ed animali accompagnati da messaggi sempre più forti. E allora, invece di pretendere che lo stato si faccia carico di tutto ciò, ci adoperiamo con gare di solidarietà dispendiose e molto meno efficienti di un intervento pubblico strutturato. In occasione delle tredicesime e dell’assegnazione del 5/8 per mille nella dichiarazione dei redditi, assistiamo a dei veri e propri “assalti alla diligenza” della disponibilità individuale. Associazioni, comitati, fondazioni, società cooperative ed enti vari, hanno dato vita a decine di migliaia di ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale). Tali organizzazioni, senza particolari controlli o pressioni fiscali, sono diventate, per taluni, una opportunità di lucro. Una Onlus non trae profitto dalla sua attività, ma comporta delle spese. Forse non a tutti è noto che l’ammontare delle donazioni, prima dell’impiego per cui sono state sollecitate, sono decurtate dei costi per la raccolta delle stesse (magari lo stipendio di chi vi telefona o vi ferma per strada che, magari, è lo stesso che ha creato la Onlus) e di quelli (magari anch’essi facenti parte dell’iniziativa) che reperiscono e trasferiscono i beni o servizi ai beneficiari. A guadagnarci sono soprattutto: organizzatori, imprese di pubblicità, aziende di servizi (tipo telefonia), consulenti coinvolti a vario titolo, imprenditori e commercianti, imprese di trasporto e strutture locali che gestiscono la destinazione finale. A queste iniziative si affiancano organizzazioni religiose che, enfatizzando le loro attività “benefiche”, mirano in realtà a mantenere le loro enormi strutture di potere; tra esse si distingue la Chiesa Cattolica. C’è chi sostiene che bisogna sostenerla per non spianare la strada all’Islamismo. È come se non avessimo scampo dal fondamentalismo. Anche lo Stato distrae ingenti risorse dai servizi alla persona e dalla ricerca, per tenere in piedi questa organizzazione; a questo proposito, è interessante la lettura del libro “La Questua” di Curzio Maltese (Feltrinelli 2008). Le Onlus devono dichiarare il perseguimento di finalità di solidarietà sociale: assistenza sociale, sanitaria, beneficenza, istruzione, formazione, sport dilettantistico, tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e dell'ambiente, promozione della cultura e dell'arte, tutela dei diritti civili, ricerca scientifica di particolare interesse sociale. È relativamente facile creare una Onlus ed iniziare ad operare. Di ognuna, però, sarebbe interessante conoscere i rapporti “onerosi” che intrattengono con consulenti, dipendenti e fornitori e quanto delle risorse raccolte giunge realmente a destinazione. La storia si ripete a livello planetario, lì è più difficile intervenire o controllare. Anche se restano le perplessità espresse, voglio credere che la maggior parte delle organizzazioni esistenti, Fao, Unicef, Medici senza frontiere, Save the Children, WWF ed altre a difesa dei deboli e dell’ambiente, siano valide. Ma non giustifico il ricorso a messaggi choccanti del tipo: “…ad Haiti un bambino su tre muore prima dei cinque anni… i parenti non hanno i mezzi per una degna sepoltura… la sepoltura di un bambino, comprensiva della bara di cartone e del funerale, costa 20 euro…” (Fondazione Francesca Rava – 2009).
Raffaele Giglietti
da L'Eretico gennaio 2010 Anno VI numero 11 (68)