RIFLESSIONI
PASSIONI AMOROSE E FRULLATI DI CAROTE
Processo decisionale, valutazione di opzioni: getto le bucce del mandarino nel cestino sotto la scrivania, serbandone un pezzettino dalla funzione aromatica appoggiato vicino a dove sto seduto.
Per quella solita superbia che caratterizza l'animale uomo, siamo soliti parlare del funzionamento della nostra mente come di una delle più misteriose meraviglie dell'Universo. Patetica esagerazione. Il sistema, per quanto complesso, pare descrivibile e comprensibile nelle sue linee generali. Porto a passeggio il macchinario che per convenzione definiamo corpo e che, precisando meglio, corrisponde a me stesso in ogni sua parte. Ne consegue che non porto in giro un bel niente: io sono un macchinario, io sono un corpo.
Poi, mentre discuto a tavola, salta su il romantico, l'amico sognatore, l'anti-riduzionista e si arrabbia: “Come puoi ridurre la vita, la passione dell'esistenza, il complesso impeto delle emozioni al funzionamento del tuo corpo?”. Analisi semantica del discorso testé ricevuto secondo il codice di regole interiorizzate del linguaggio (stimoli meccanici dell'aria trasformati ad arte in impulsi elettrici dal mio ancora funzionante orecchio), segue processo decisionale, selezione della risposta possibile... “Ma vai al diavolo!”, rispondo al mio romantico amico, con un sorriso di gentilezza. Poi procedo ad illustrare (banalizzando) una semplificata teoria empirica della mente che sto studiando proprio in questi mesi, che ancora mi sfugge nei dettagli, ma che mi pare di aver già interiorizzato prima di averla del tutto compresa.
Mi tocca controbattere alla trita retorica dell'arte e della bellezza, al piacere infinito e indefinibile. L'umanista mi guarda nauseato mentre pronuncio le seguenti parole: “Ad ogni idea, sentimento, sensazione corrisponde uno stato fisico del tuo cervello. Anzi le idee come quella di giustizia, di amore, il percepire un profumo o il dare un calcio ad una sedia sono solo effetti secondari di stati fisici del tuo cervello, peraltro organo avvicinabile ad ogni altro, fegato, intestino, ecc, diverso solo per funzione e struttura. Alcuni di questi effetti sono molto complessi (come i sentimenti), ma tutti derivati dal rapporto macchinariocontesto, tra la mente-corpo (tutt'uno di natura fisica) e l'ambiente lì fuori”. Ho dimenticato di dire il contesto dove tutto questo scambio di battute sta avvenendo. Siamo a cena a casa di amici, attorno ad una tavola riccamente imbandita. A seguito delle mie parole la mia compagna-fidanzata sbuffa contrariata, ma non mi risponde niente e comincia a parlare con un'amica seduta a fianco. Non ne può più del mio cinismo materialista, di quel mio atteggiamento di chi vuole in continuazione rovinare le favole e le illusioni altrui, in una sorta di disillusione di maniera da tardiva rivolta adolescenziale che da un po' di anni mi ha preso d'abitudine. “Sono i giovani che si ribellano e cercano di mettere in discussione i valori e le credenze sociali dei vecchi. Tu l'hai passata la giovinezza, dovresti rassegnarti ad avere delle certezze!”. È questo che non mi dice, ma è questo che pensa. A lei qualche certezza forse è rimasta, anzi va perfettamente d'accordo con il mio amico romantico sognatore che pensa che vita e sentimenti siano un mistero. In fondo quello che mi muove è una certa malinconia: vorrei anche io qualche illusione, e se ne ho (come sicuramente è) vorrei almeno goderne. “Come faccio a volerti bene – ho detto ieri sera alla mia compagna – se sei solo un ammasso di materia organica (carne e ossa) attraversato da stimoli bioelettrici?”. Certamente cosa poco carina da dire ad una fidanzata, peraltro ancora giovane, bella e facile all'abbandono per raggiunti limiti di pazienza. Risulta difficile amare con disinvoltura e spontaneità noi stessi e gli altri se la volontà che dirige le nostre azioni e il nostro essere autocoscienti è solo l'effetto secondario di una serie di funzionalità specifiche dell'apparato neurologico e del suo relazionarsi con i nostri recettori del mondo esterno. Ed anzi, parlare di mondo esterno e interno, di mente e di corpo, o peggio di anima e corpo, è pura finzione: siamo parti di mondo, il nostro corpo e le sensazioni generate dalle scariche elettriche nel nostro sistema nervoso non hanno natura diversa da un comodino, da un raggio di sole, da una pietra in un torrente che rotola nella corrente. Interiorità ed esteriorità (se si esclude un “dentro” di anticorpi che seleziona e protegge da un “fuori” da agenti potenzialmente patogeni) è come detto, distinzione arbitraria. Hai voglia a costruire trame cavalleresche nelle nostre storie di passione, intrecci avventurosi e sospiri da innamorati, nobili ideologie umanitarie, complesse teorie di teleologia esistenziale (e cercare il solito “senso della vita”). Espletiamo funzioni, proprio come il frullatore che trita carote o mele, azionati dall'energia che ci viene da quanto traiamo dall'ambiente (alimenti, luce, calore). E i sentimenti, le idee, tutto quello che chiamiamo vita sono il frullato risultante dall'incrocio di varie funzionalità cerebrali o di altra origine biologica. Immaginiamo il mondo senza di noi. Prima non c'eravamo e c'erano solo fredde cause che mettevano in relazione oggetti ed eventi. Poi siamo comparsi e le cause sono diventate ragioni, motivi, eventi da prevedere, da controllare per preservare la vita e ritardare la morte. Siamo comparsi e tutto è cambiato: come brodo primordiale o come frutto di mitica creazione divina, non importa. Certo, mi rendo conto che forse sto semplificando troppo, ma quando si è interessati a finalità persuasive non si può fare diversamente. “Che tristezza”, dice un'amica seduta di fronte a me dopo qualche attimo di silenzio, “che razza di vita è quella che descrivi?”. Qualcuno scuote la testa e sorride. Un bimbo, figlio di un amico, lancia un giocattolo e chiama la mamma. Non so cosa rispondere alla domanda, o forse sarebbe troppo impegnativo. Immetto nuova energia nel macchinario: degusto l'ultimo bicchiere di vino rosso della serata.
Davide Donadio



