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Home Cultura Arte: dal David al frullatore
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ARTE&SOCIETÀ

ARTE: DAL DAVID AL FRULLATORE

Fenomenologia dell’ arte e dei suoi luoghi

 

La alt maggior parte delle teorie illuminanti del mio prof di Estetica all’ Università di Bologna si basavano sul postulato che: l’artisticità di un’opera non ha niente a che vedere con la sua natura. Nulla nasce con l’ etichetta “arte”. L’artisticità di un oggetto, dunque, non è un diritto di nascita, ma si può acquisire per cultura. In pratica l’arte non è connessa all’essenza di un oggetto (sia esso quadro, scultura o chissà che altro) ma al modo in cui si decide di utilizzarlo. Se questo postulato non fosse vero mi chiedo cosa ci farebbero un orinatoio (Duchamp) e una sella di bici con manubrio (“Il toro di Picasso) in un museo… magari nello stesso museo dove solo un secolo prima (solo si fa per dire) campeggiava fiero al muro, un lussuoso dipinto della famiglia reale al completo, compreso il cane da caccia su tappeto broccato. Se è vero, dunque, che l’arte diventa tale per scelta culturale è vero anche che ci sono dei “metodi” perché questo avvenga; innanzitutto bisogna portare “l’ oggetto-non-arte” in un luogo che è stato culturalmente accettato come “ spazio che contiene opere d’arte”. Il luogo deputato all’arte è stato, in passato senz’ombra di dubbio, un contenitore che qualificava un semplice lavoro manuale come opera d’arte. Ai tempi di Michelangelo, per esempio, Papi desiderosi di manifestare la loro magnificenza, decretavano la chiesa, la basilica o la loro dimora privata come luogo in cui ammirare l’arte. Le cose sono andate modificandosi nel corso del tempo e, passando per il museo e le gallerie, l’arte è approdata nei Capannoni-Padiglioni allestiti ad hoc nelle diverse “expositions universelles”, di cui ci rimane, come maestoso esempio, la Tour Eiffel, divenuta essa stessa opera d’arte e simbolo di Parigi. Muovendoci nel complicato campo dell’ arte di oggi, non si può fare a meno di domandarsi quali sono, nei nostri giorni, i luoghi dell’arte? E quando un qualunque oggetto o manifestazione di un idea diventa arte? Oggi il discorso è un po’ più complicato e si deve innanzitutto fare una premessa: nell’anno domini duemiladieci non esiste un movimento dominante entro in quale far confluire le diverse manifestazioni artistiche che rientrano nel fenomeno conosciuto come Arte contemporanea. Se nel quattrocentocinquecento, infatti, si poteva parlare di Rinascimento, Manierismo e arte riformata, nel seicento di Barocco, Caravaggio e caravaggeschi, nel settecento di Rococò e Neoclassicismo, nell’ Ottocento di Naturalismo e Impressionismo e nel Novecento di Fauves, Art Nouveau, postimpressionismo, Bauhaus, Primitivismo ecc., nel Duemila si può parlare per lo più di Arte contemporanea. Ovviamente il mio è un’elenco frettoloso e approssimativo, ma la verità è che si poteva davvero, fino al secolo scorso, parlare di movimenti artistici mentre ora ci si può solo limitare ad un “imbarazzante” giro di parole e teorie che rientrano sotto il nome, generico e più volte citato, di arte contemporanea. Gli artisti rispecchiano e anticipano, ancora una volta, la fenomenologia del contesto culturale in cui viviamo e in cui predominano inquietudine, individualismo e routine mascherata da vita. Questo rende l’arte un qualcosa di indefinibile e complesso. Neanche il luogo deputato all’arte ci aiuta nella comprensione di ciò che è arte e ciò che non lo è. Accanto a musei, gallerie, capannoni e chiese, infatti, nasce il luogo d’arte (per così dire) pret-a-porter: la metropoli e il cyber spazio. Questi due spazi sono, prima che luoghi d’arte, contenitori del “tutto” e questo “tutto” crea, nel fruitore del visivo, la confusione tra ciò che è arte e ciò che non lo è. Così ci imbattiamo nei fantocci-bambini impiccati sugli alberi di un parco qualunque a Milano, performance di Maurizio Cattelan, nei milioni di palline colorate rovesciate in Piazza di Spagna da un gruppo di neofuturisti e in infiniti lavori confinati nelle vetrine di Second Life, realtà virtuale che affianca la First Life, ovvero la realtà oggettiva del postmoderno. In questa giungla di input e di gesti frenetici che è la modernità liquida (vedi articolo precedente ndr), forse dovevamo aspettarcelo di trovarci di fronte ad un arte indefinibile o forse è comodo non definire, perché ciò che oggi è deputato arte domani sarà inqualificabile? Un valido supporto per i fruitori dell’arte che vogliono, comunque, farsi un’idea su cosa gli addetti ai lavori reputano arte oggi, sono le riviste specializzate. All’interno delle riviste specializzate padroneggia un concetto che ci aiuta a fare un distinguo tra ciò che è arte e ciò che non lo è (a me piace pensare che magari non lo è… ancora), ovvero il concetto di mercato. Con un po’ di impaccio credo si possa dire che l’arte, oggi più che mai, è una questione di mercato. Se l’artista, infatti, riesce a vendere un’idea o un lavoro a un ente, un ricco collezionista o una galleria (tra tutte faccio il nome di Saatchi London) che ha mercato, il suo lavoro o laù sua idea sarà venduta come arte, anche se si trattasse di un frullatore con del colore dentro. Questo fa senz’altro inorridire i fedeli ammiratori dell’“arte bella”, di quel prodotto artistico che è tale solo perché il tizio/tizia che l'ha fatto è, senz’ombra di dubbio, un artista. Non è così. Non trovo, tuttavia, ci sia da scandalizzarsi o da recriminare nell’esaminare la natura dell’arte contemporanea anche se spesso (sovrappensiero e ingenuamente) ci si trova a pensare “e questo sarebbe arte?”. Ai fruitori dell’arte di oggi, infatti, è dato il grande vantaggio (a quelli di “ieri” veniva venduta “l’ idea del bello assoluto”) di non comprendere sempre l’oggetto artistico, di esperirlo, di non accettarlo come tale, di rispecchiare le proprie emozioni in esso o di sentirsi indignati di fronte ad atti estremi catalogati come arte, ma nell’intimo, forse una volta nella vita, ci si troverà di fronte a un'opera d’ arte, sia essa un David supremo o un frullatore domestico, che cambierà il nostro stato d’ animo e ci illuminerà in un istante cristallino… Speriamo sia d’immenso!

 

Veronica D'Onofrio

 

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