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SOCIETÀ

TEMPUS FUGIT

Elogio all’ozio: un’enorme fatica a passare dai tempi stretti ed affannosi del lavoro a quelli più comodi del dopo-lavoro, si è reperibili ventiquattr’ore su ventiquattro, con doppio impiego, se no non si sbarca il lunario, votati al sacrificio in nome del PIL


Il te altmpo fugge, scappa lontano da noi, che siamo incapaci di fermarlo o viverlo appieno. Gli ultimi decenni del secolo scorso e i primi dieci anni di quello attuale avrebbero dovuto affrancare l’umanità dalla schiavitù del lavoro, l’imponente sviluppo tecnologico e l’automazione avrebbero dovuto fornire più tempo alla giornata dei lavoratori per coltivare i propri interessi e i propri affetti. L’idea illuminista del progresso che rende liberi si è, però, rivelata una bufala e se il tempo-lavoro ante crisi è stato votato alla produttività senza limiti e senza orari, il tempo della crisi economica odierna ha prosciolto i lavoratori mettendoli in cassa-integrazione, mescolando il riposo all’angoscia. Chi è ancora impiegato sembra faccia, comunque, un’enorme fatica a passare dai tempi stretti ed affannosi del lavoro a quelli più comodi del dopo-lavoro; si è reperibili ventiquattr’ore su ventiquattro, con doppio impiego, se no non si sbarca il lunario, votati al sacrificio in nome del PIL. “Otto ore per lavorare, otto ore per svagarsi, otto ore per dormire” è stato il motto del Congresso della Seconda Internazionale a Parigi nel luglio del 1889, ma anche il successivo mito della settimana lavorativa a 35 ore si è rivelato fallimentare e ora chi ha il lavoro se lo tiene stretto a scapito del proprio relax e dei diritti sindacali. Fatti non fummo a viver come bruti, ma rimaniamo ugualmente alla catena di montaggio (al bancone, alla cassa, scrivania...) molto più del dovuto e ringraziando dal profondo del cuore. L’attuale società post industriale fa da scenario al rapporto critico tra individui e tempo. Siamo sommersi da scadenze, con ritmi sempre più sostenuti. L’uomo occidentale o occidentalizzato a fatica rammenta che un arco temporale determinato non è una semplice risorsa di cui disporre e spende, vende, amministra, affitta, scambia o perde il proprio tempo come se fosse una merce. Esistono addirittura Banche del Tempo che vengono incontro alle esigenze di chi, di tempo, non ne ha mai a sufficienza. Queste associazioni mettono in sinergia i soci liberi da impegni professionali, ma con competenze diverse e diversificate, favorendo lo scambio di prestazioni e non la comprevendita di servizi. Si sostiene che la percezione del tempo abbia due categorie analitiche: una di tipo ordinativo, che regola le attività sociali e sincronizza gli individui nelle varie attività pratiche, l’altra di tipo orientativo, che pone l’accento sull’utilizzo del tempo “per sé”, al di là della classe sociale. La possibilità, infatti, di coltivare i propri talenti non è certo legata al ceto. Detta in modo più drastico, i cassa integrati avranno tempo, ma né denaro né voglia di andare al cinema, mentre i superimpiegati avranno quattrini, ma nessuna forza residua, né tempo sufficiente per svagarsi. Tra questi due estremi di non-facenti per forza e forzati del lavoro, esiste un’umanità fannullona per scelta o anormalmente attiva e, proprio al centro dello schieramento, ancora uomini e donne che dovrebbero coltivare e mettere a frutto i momenti di distensione, ma non riescono più a goderne. Nonostante ciò, il tempo libero, che diventa veramente libero se si è occupati per una durata ragionevole, ha un valore indiscutibile. Lavorare troppo è deleterio esattamente come non fare nulla, ma l’ozio è salvifico, purché non porti allo stordimento del consumismo estremo, della video dipendenza e all’uso compulsivo di alcool e droghe. Nell’uso comune e per retaggio culturale, dire “ozio” equivale a dire “perdita di tempo”, ma c’è stato un momento in cui l’ozio è stato considerato lo spazio necessario per la riflessione personale, una delle strade percorribili per arrivare alla conoscenza. “È il tempo”, diceva Aristotele, “da dedicare a quelle attività che sono eleggibili per se stesse e dalle quali non ci si attende altro che l'attività stessa.” Nei momenti di ozio i saggi ateniesi si sono confrontati su “che campiamo a fà”, fondamentale questione alla base della filosofia. Pur con evoluzioni differenti da Anassagora a Eschilo, da Sofocle ad Erodoto pare che i grandi pensatori del passato abbiano concordato sul fatto che l’Uomo insegue la felicità e la serenità: tutto sommato quello che oggi chiamiamo benessere. Tuttavia il benessere d’allora è lontano da quello odierno e nulla aveva a che vedere con la ricchezza, né con il consumo di beni, né con il potere. Il cittadino della polis cercava saggezza e conoscenza per vivere una vita giusta e felice. Ieri si discuteva nell’agorà, oggi sui blog, ma con quanta minore empatia! Ad Atene si curava l’anima attraverso il convivio e l’ozio “creativo” e, non si può dimenticare, anche grazie ai 28.000 schiavi che permettevano ai 2.000 pensatori di governare ed elucubrare a tempo pieno. In ogni caso, in tempi più recenti, anche Bertrand Russell nel suo Elogio dell’ozio riconobbe che: “Senza le classi con tempo libero, l’umanità non sarebbe mai uscita dall’era barbarica.” Oggi l’automazione ci dà in media almeno otto schiavi a testa tra robot, macchine, computer ed elettrodomestici, ma abbiamo perso il gusto di pensare e abbiamo capito che la felicità è ormai un’illusione. Eppure l’ozio ci permetterebbe di interessarci ad ambiti non strettamente inerenti al nostro lavoro, ci consentirebbe di allargare la visuale e di usare la nostra creatività, mentre concentrarci unicamente sulle nostre attività lavorative ci conduce inevitabilmente ad un lento spegnimento di energie ed idee. La nostra giornata è scandita dagli orari lavorativi, da quelli della tv e dagli obblighi casalinghi, dalle necessità sportivo-salutistiche, dai doveri familiari e da quelli alimentari. Rimane fuori da tutto ciò il tempo inerte, come se il fare dovesse comunque e sempre sostituire l’essere e avessimo paura di gestire il nulla da soli; ma se l’ozio non è possibile o male impiegato, l’uomo si ripiega sulle sue frustrazioni, a meno di non aver trovato un lavoro coincidente ai propri desideri ed alle proprie aspirazioni. Proprio in ambito lavorativo, si può incontrare la “cultura organizzativa”, strategicamente favorevole al tempo libero. Quando in un settore lavorativo si sostiene la relazione, la comunicazione, il corretto modo di lavorare in équipe, di gestire lo stress e riconoscere i meriti, il lavoratore può riuscire a far collimare i propri bisogni e i propri sogni. Esistono oggi attività organizzativo-aziendali, specialmente nelle imprese statunitensi, attente al benessere di chi lavora, non per spirito filantropico, ma perché lavorando meno e con più motivazione, si lavora meglio e si è più produttivi. Nondimeno la gestione dell’attività lavorativa e post lavorativa in Italia si distingue ancora da quella europea o d’oltre Atlantico. Dopo i dopolavoro fascista e le case del popolo, oggi il tempo libero degli italiani è conteso da club, circoli ricreativi, associazioni religiose, centri sociali, enti nazionali e chi più ne ha più ne metta, ma siamo ancora lontani dal gardening e da il do-it yourself anglosassoni, pur se giardinaggio ed hobbistica hanno aumentato il proprio fatturato. Abbiamo svaghi più tradizionali e prevedibili: lo sport, il cinema, il ballo. Poche occupazioni manuali, limitate occupazioni artistiche o culturali, diverse collezioni tradizionali: autografi, francobolli, cartoline, figurine e ne sono testimonianza le fiere di memorabilia che raggruppano ormai qualsiasi cosa. Il compartimento culturale è sempre un po’ in affanno, più cinema e meno teatro, più concerti e meno lettura, anche se pare che siamo tutti scrittori. Raramente il senso della nostra esistenza ritorna ancora sul “chi siamo- da dove veniamo- dove andiamo” e nel nostro arrabattarci giornaliero, siamo troppo distratti per proporre risposte, del resto anche chi, in passato, ha avuto più tempo di noi, non è che sia riuscito brillantemente nell’impresa.

 

Maddalena Letari

 

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