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ARTE

TEMPO E ARTE

Passan vostre grandezze e vostre pompe, passan le signorie, passano i regni: ogni cosa mortal Tempo interrompe. (Petrarca, Trionfi, v. 111-114)

 

altSecondo la mitologia greca e romana, la sorte di ogni uomo era stabilita da tre Parche (o Moire), divinità figlie di Zeus e Temi (la Giustizia): la prima, Cloto, filava il filo della vita; la seconda, Làchesi, lo svolgeva (stabilendo in questo modo il destino di ciascuno e la durata della sua vita); la terza, Atropo, aveva il compito di troncarlo, ponendo fine alla sua esistenza. Le loro decisioni erano irrevocabili, poiché nemmeno gli dei potevano opporvisi. Talvolta venivano anche chiamate Fate, poiché le loro decisioni coincidevano con quelle del destino, il Fato, e venivano raffigurate come tre vecchie, oppure tre giovani, in atto di filare. Il gesto del filare associato al trascorrere del tempo ha dunque origine nella mitologia e nella letteratura, e da questo campo è stato felicemente trasposto a quello della pittura; oltre all’immagine delle Parche, canonica è anche quella di Penelope, fedele moglie di Ulisse, che nel corso della prolungata assenza del marito teneva a bada i pretendenti con la promessa che avrebbe scelto uno di loro solo dopo aver terminato di tessere un telo per il suocero, Laerte. Scaltramente, ogni giorno portava avanti il suo lavoro, ed ogni notte lo disfaceva, per poter prolungare indefinitamente il tempo di attesa, nella speranza che Odisseo tornasse presto a Itaca.

Questi due soggetti tratti dall’antichità ci mostrano chiaramente due aspetti della raffigurazione del tempo nell’arte: il primo e più immediato è lo stretto legame di esso con la morte, sempre incombente ed inevitabile. Il secondo, la predilezione degli artisti per la temporale prolungata, contrariamente a quanto si tende a fare oggigiorno. Per quanto riguarda il primo punto, è risaputo che la storia dell’arte abbonda in tutti i tempi di testimonianze di una forte attrattiva esercitata dall’avvicinarsi della morte. Il Medioevo soprattutto dà il meglio di sé in una sconfinata sequenza di trionfi della morte, danze macabre di scheletri, accostamenti tra uomini (e soprattutto donne) giovani e prestanti, ed anziani rugosi e decrepiti. A volte lo schema viene invertito, come nel Castello della Manta, situato sulle colline del cuneese, vicino a Saluzzo, in cui un affresco mostra la magica Fontana della giovinezza, nella quale entrano individui in età ormai avanzata e da cui escono fanciulli seminudi e lascivi. Questa leggenda, di origini classiche, orientali e perfino celtiche, giunge in Italia attraverso la Francia e la letteratura cortese; inizialmente si trova infatti rappresentata soprattutto nelle miniature dei manoscritti di area francese, e nel giro di poco tempo la ritroviamo negli avori, negli arazzi, e perfino negli affreschi. La sua diffusione testimonia come, in mancanza di un reale antidoto contro la vecchiaia e l’ineluttabile processo di decadimento fisico che essa comporta, ci si rifugiasse volentieri nel mito fantastico di un ritorno della freschezza e alla sensualità giovanili. La paura del tempo che passa, dunque, l’incalzare della morte è qualcosa con cui l’uomo ha sempre convissuto, e che ha rappresentato in ogni tempo. Ancora nel 1905 Gustav Klimt dipingeva Le tre età della donna, forse ispirato dal dipinto di Hans Baldung Grien, di quattro secoli precedente, conservato a Vienna. In entrambi i casi si ha una raffigurazione dell’infanzia, una della giovinezza, ed una della maturità, o meglio della vecchiaia, poste l’una al fianco dell’altra, quasi a significare che il passaggio da uno stato all’altro è questione di un attimo. Le tre età della vita, del resto, riferite tanto all’uomo quanto alla donna, sono uno di quei topoi con cui gli artisti hanno amato confrontarsi in tutti i tempi; oltre ai due già citati, potremmo aggiungere i nomi di Giorgione e Tiziano, Tiepolo, ma anche Van Dick e Picasso, e la lista sarebbe ancora lunga.

Il Seicento fu probabilmente il periodo più “ossessionato dalla profondità e dalla vastità, dall’orrore e dalla sublimità del concetto di tempo” (Panofsky); basti pensare che l’arte barocca amava includere nei quadri di natura morta dei memento mori (traducibile con “ricordati che devi morire”), per ricordare agli uomini l’ineludibilità dell’invecchiamento e della morte: non solo teschi e clessidre, simboli canonici e scontati, ma anche fiori appassiti, frutti ammaccati, strumenti musicali rotti, animali macellati.

Conviene non fossilizzarsi, tuttavia, su questi cliché dell’arte (il timore dell’invecchiamento e della morte, la brevità della vita, e i motivi ad essi correlati), poiché non è solo così che veniva percepito e mostrato il trascorrere del tempo. Come abbiamo accennato in precedenza, caratteristica dell’arte antica (e con questo aggettivo faccio riferimento alla produzione fino al XVIII secolo) era una concezione del tempo come historia, come successione di avvenimenti consequenziali e spesso di lunga durata. La modalità preferita di resa era la successione di episodi in sequenza cronologica, in cui si mostrava come le situazioni si modificassero nel tempo, come ogni storia si evolvesse da una situazione iniziale a una finale attraverso una sequenza di eventi. È con il XIX secolo che si nota un primo cambiamento, nel passaggio alla volontà di rappresentare momenti temporali sempre più ravvicinati; si pensi alle cattedrali dipinte da Monet, per esempio. I suoi studi atmosferici, accostati l’uno all’altro, paiono quasi tanti fotogrammi, mostranti le variazioni meteorologiche nel corso della giornata, oltre che dei mesi e delle stagioni. Determinante in questo slittamento di interesse è stata prima l’introduzione della fotografia e poi, soprattutto, del cinema. Pensiamo agli artisti futuristi, operanti tra il 1909 ed il 1919, che erano preoccupati di tradurre nelle loro opere le idee di movimento e di velocità a loro così care. Essi scomponevano le immagini, anzi le replicavano a distanza ravvicinata, quasi volessero costruire un’animazione. Non a caso ebbero anche esperienze fotografiche, ed erano amici dei fratelli Bragaglia, la cui foto-dinamica rimanda direttamente ai lavori del futurista Giacomo Balla (in realtà è piuttosto complesso stabilire chi influenzò chi, poiché le ricerche di questi artisti avvennero in pratica contemporaneamente e in un clima di scambio continuo). Tra tutte le avanguardie artistiche del Novecento è proprio il futurismo quella maggiormente coinvolta nella dimensione temporale, con il suo rifiuto netto della storia e della tradizione passate, e la fiducia assoluta nel progresso, nelle nuove tecnologie, nella positività intrinseca di ogni cambiamento. Non a caso i futuristi furono anche empirici sperimentatori, nonché progettatori di nuove città all’avanguardia (soprattutto nel lavoro di Sant’Elia), e si cimentarono, oltre che nella pittura e nella scultura, anche nella poesia, nella danza, nel cinema e nella fotografia, e perfino nella gastronomia. Il tempo da loro rappresentato era sempre quello breve di un’azione veloce, il volo di un uccello, la corsa di un uomo, di un cane, di una macchina o di un treno, perfino di un aeroplano, con un ritmo incalzante che sembrava illustrare alla perfezione le loro poesie fatte di elenchi di rumori e verbi all’infinito; ma anche il tempo della catena di montaggio, della nuova produzione industriale seriale giunta finalmente anche nell’Italia giolittiana, ed infine della corsa alle armi nella nuova Grande guerra, che per loro era “la sola igiene del mondo”. E, ironia della sorte, molti di questi impavidi sognatori (tra cui Umberto Boccioni ed Antonio Sant’Elia) morirono proprio nel conflitto, senza avere la possibilità di vedere quel futuro che tantoardentemente avevano sognato. Concetto chiave della poetica futurista è il dinamismo, considerato come l’unica via per raggiungere la conoscenza diretta della realtà; pertanto, essi scelgono di non bloccare mai un’azione nel tempo, ma di svolgerla mediante un insieme di istanti successivi, che ne spiegano lo svolgimento, o meglio lo scorrimento, nel flusso della vita (o comunque del tempo). Balla è colui che per primo canonizza questa riproduzione dinamica del reale, e Boccioni la porterà al massimo sviluppo, con i suoi Dinamismi estesi anche alla scultura. Con il passare del tempo, e l’addentrarsi nel XX secolo, cambieranno gli scopi ma anche le modalità scelte per la rappresentazione del tempo, e ci si concentrerà sempre più verso un’arte che fonda il tempo dell’artista e quello dello spettatore, con i vari video e soprattutto gli happenings, vere e proprie messe in scena che sembrano promuovere l’effimero ed il mutevole, nuovi “valori” nella società emergente.


 

L'ICONOGRAFIA DI CHRONOS. Se doveste rappresentare il Tempo come figura umana, che cosa scegliereste? Forse un giovane arzillo e forzuto? Oppure un vecchio curvo dalla lunga barba bianca? Con ogni probabilità propendereste per questa seconda opzione, aderendo istintivamente a quella che può essere considerata l’immagine tradizionale di Chronos. Infatti, è proprio così che il Dio del Tempo è stato raffigurato fin dall’antichità. Lunga chioma canuta, e barba ugualmente candida, in equilibrio precario su di un bastone o un paio di stampelle, e infine le ali. Nel corso della storia, all’iconografia del Tempo si è gradualmente fusa quella di Saturno, probabilmente a causa di un equivoco semantico; infatti, il nome greco usato per indicare il Tempo (Chronos) era assai simile a quello dato dai romani a Saturno (Kronos), il quale, in quanto patrono dell’agricoltura, era solitamente accompagnato da un falcetto, ed inoltre, secondo la leggenda, aveva divorato i propri figli. La confusione tra le due divinità aumenta nel periodo medievale: gli attributi dell’una e dell’altra vengono sommati, e così capita di trovarli tutti contemporaneamente: la lunga barba bianca, le ali (simbolo di velocità), le grucce (immagine di instabilità), il falcetto che si è trasformato in falce (per analogia con la Morte), ed infine il motivo cannibalesco, poiché è risaputo che il tempo divora tutto ciò che ha creato. Quest’ultimo, noto come Dente del Tempo, diverrà un luogo comune molto utilizzato soprattutto nelle stampe. Oltre all’immagine del Tempo Distruttore, troviamo talvolta quella del Tempo Rivelatore, che scopre con un velo la Verità, o la Virtù, o l’Innocenza; grandissima diffusione ebbe poi il tema del Trionfo del Tempo, tratto dai Trionfi del Petrarca. In questo caso, il solito vecchio decrepito si trova su un carro trainato da due rapidi cervi, che simboleggiano il fluire veloce degli eventi, ed accompagnato da personaggi storici, mitici o allegorici, e talvolta da due cani, uno bianco e uno nero, che rappresentano la distruzione della vita da parte di ciascun giorno e di ciascuna notte. Nel caso in cui temeste di non riconoscere Chronos, nonostante o forse a proprio a causa di questi innumerevoli e intercambiabili attributi, non temete: ai suoi piedi ci saranno sempre altri oggetti associabili al trascorrere del tempo, come la clessidra, lo zodiaco, le fasi lunari e solari, ed infine un drago o un serpente che si mordono la coda (immagine diciclicità e continuità cosmica).

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Erwin Panofsky, Il Padre Tempo, in Studi di Iconologia, ediz. consultata Torino, Einaudi, 1999, pp. 89-134. / Mark Gregory D’Apuzzo, I segni del tempo, Bologna, Compositori, 2006.

 

Elena Bonesi

 

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