SOCIETÀ
COMPORTAMENTI SOCIALI E TABU'
Che cosa porta una società a creare delle limitazioni così forti ai suoi membri? Ne parliamo con il professor Francesco Paolo Colucci, ordinario di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca
Divieti. Il termine divieto indica in generale una proibizione e ha un significato tendenzialmente neutro, che si discosta sia dalla valenza religiosa che viene attribuita al termine tabù, sia dall’accezione negativa che viene, invece, data al termine censura. Tutti abbiamo a che fare ogni giorno con limitazioni di questo tipo: sappiamo che ci sono cose che possiamo fare e altre che non possiamo fare. Sappiamo anche che se facciamo una cosa vietata, avremo poi delle conseguenze negative. Se mentre guidiamo, superiamo il limite di velocità sappiamo che possiamo incorrere in una multa, se, invece, gettiamo per terra una carta invece di buttarla nel cestino dell’immondizia sappiamo che possiamo incrociare lo sguardo carico di riprovazione dei passanti. In casi come questi i divieti si tolgono i panni del sacro, per diventare limitazioni dettate dalla legge degli uomini, dai codici di comportamento di una determinata società e dal senso comune. Quello che noi compiamo infrangendo queste regole non è una mancanza nei confronti della divinità, ma una mancanza nei confronti dei nostri simili e della collettività. Ciò che noi proviamo infrangendo questi divieti non è più la paura di una possibile reazione divina, ma la paura di quello che penseranno gli altri di noi e delle sanzioni a cui potremmo andare incontro. I divieti presenti nella nostra società sono molteplici e coinvolgono ogni campo del diritto, da quello amministrativo e penale a quello civile. Sebbene tutti conosciamo questi divieti e le relative conseguenze a cui possiamo andare incontro infrangendoli, ci sono persone che volontariamente non li rispettano. I divieti possono coinvolgere l’intera società oppure riguardare il singolo e una ristretta cerchia di persone; in ogni caso l’infrangere un divieto coinvolge e può avere ripercussioni su più di una persona. Mentre chi ruba commette un reato e infrange una legge che riguarda l’intera società, il bambino che disobbedisce alla madre infrange un divieto che ha validità solamente all’interno della sua cerchia familiare. In ogni caso quello che rimane da capire è cosa spinga qualcuno a violare quelle che sono regole conosciute e condivise da tutti. Se a un bambino o a un ragazzo si può dare l’attenuante della giovane età e giustificare il suo atto in base alla sua scarsa esperienza o conoscenza del mondo e delle sue regole, come si può giustificare un adulto che volontariamente e, casomai, anche ripetutamente infrange dei divieti che conosce perfettamente? Che cosa porta una persona a deviare, per così dire, dalla retta via e a infrangere deliberatamente le regole della società?
Socilogia del divieto. Per cercar di capire cosa spinge una persona a comportarsi in modo difforme rispetto alle regole della collettività, abbiamo posto alcune domande a Francesco Paolo Colucci, Professore ordinario di Psicologia Sociale alla Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, e autore di Kurt Lewin, La teoria, la ricerca, l’intervento (Il Mulino, 2005) e, con Monica Colombo e Lorenzo Montali, La ricercaintervento (Il Mulino, 2008).
È evidente, infatti, come ogni uomo si trovi ad agire in stretta relazione con gli altri e come non solo il suo comportamento influenzi gli altri, ma anche come la sua presenza condizioni il comportamento altrui. Ogni azione, quindi, ha ripercussione sugli altri e sul loro comportamento. Ogni nostro comportamento, entrando in contatto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda si può, quindi, considerare un comportamento sociale, come ci spiega il Prof. Colucci: «se si escludono, come è opportuno, dal concetto di comportamento i riflessi incondizionati, tutti i nostri comportamenti possono sensatamente essere considerati sociali: non solo quelli sociali strictu sensu che ci pongono in interazioni con gli altri, ma anche quelli che ci pongono in relazione con gli ambienti e gli oggetti artificiali e naturali; senza dimenticare, come spesso si fa, quei particolari "altri" che sono gli altri animali. Infatti, hanno un valore, un significato, sociale non solo, come è ovvio, gli ambienti e oggetti artificiali (costruiti o trasformati dagli altri), ma anche quelli naturali: non tanto perché questi oggetti e ambioenti naturali sono ormai quasi completamente antropizzati, ma, e in primo luogo, in quanto il nostro modo di vederli e di porci in relazione con essi è fortemente influenzato da fattori sociali quali la cultura alla quale apparteniamo e i processi di socializzazione che ci hanno formati».
Se i comportamenti sociali riguardano ogni aspetto della nostra vita e accompagnano l’uomo nel suo sviluppo cognitivo e nelle fasi di interazione con gli altri, tanto da diventare parte integrantedell'esistenza, rimane da chiedersi: come riesce l’uomo ad apprendere un comportamento di questo tipo e a diventare un animale sociale in grado di interagire con gli altri individui? «Questa è una domanda molto ampia. – precisa il Professor Colucci - I processi di apprendimento sono del tipo più diverso e riguardano non solo l’età evolutiva e le diverse fasi dello sviluppo, quando sono più rapidi e intensi, ma l’intero ciclo di vita, terza e quarta età comprese. I Comportamentisti erroneamente riducevano tutto l’apprendimento ai processi di condizionamento, basati sulle contingenze di rinforzo. I processi di apprendimento possono essere graduali (step by step: passo dopo passo) e avvenire per prove ed errori, come ritenevano i Comportamentisti, ma possono anche essere improvvisi: improvvisamente, come per una sorta di illuminazione (insight) si può comprendere un problema e intuirne la soluzione: è questa una forma elevata di apprendimento che si manifesta negli umani e in alcune specie animali, come i primati. In ogni caso tutti i processi di apprendimento coinvolgono sempre il complesso delle nostre facoltà cognitive e, nello stesso tempo l’affettività, ovvero le nostre emozioni (si pensi al rapporto tra emozioni e memoria. Soprattutto, come aveva già definitivamente dimostrato Piaget, al contrario di quanto i Comportamentisti ritenevano, noi non siamo delle tabulae rasae ma disponiamo di schemi e di competenze innate che vengono sviluppati dai processi di apprendimento. Il Comportamentismo, infatti, ha affermato alcuni principi di indubbia validità, ma certo riduttivi, che non possono spiegare completamente il comportamento sociale visto che sono basati su assunti teorici inaccettabili che negano il rilievo della interiorità e di quanto si interpone tra gli stimoli e le risposte, ovvero negano il rilievo di quanto chiamiamo psiche o anima».
Ambiente e comportamento. Se è grazie all’interazione con gli altri e con l’ambiente che ci circonda che possiamo apprendere come comportarci, risulta evidente come il contesto e la cultura in cui un soggetto si trova ad agire abbiano un ruolo fondamentale nell’apprendimento di un comportamento sociale. Il peso del contesto e della cultura del soggetto è «rilevantissimo. – come precisa il Professor Colucci - Il “contesto e la cultura” rinviano ai gruppi sociali dei quali facciamo parte: dal gruppo primario della famiglia, agli altri gruppi primari (tra questi il gruppo dei pari durante l’adolescenza), ai gruppi di lavoro, alle comunità più o meno ampie. Alcuni aspetti della cultura possono riguardare l’intera comunità umana e tali aspetti universalistici assumono particolare rilievo in tempi di globalizzazione. Attualmente bisogna anche considerare le comunità virtuali che possono essere trasversali a diversi gruppi e a diverse culture. Va fatto presente che quando ci si riferisce alla cultura bisogna considerare, prima e più che il presente, la storia con le sue lunghe durate: si possono constatare differenze culturali, e quindi differenti comportamenti sociali, che hanno la loro origine, non solo nel secolo scorso o nell’età medioevale, ma sin nella preistoria. Il nostro sviluppo, con i processi di apprendimento che comprende, è filogenetico prima e più che ontogenetico; ovvero riguarda la specie e i gruppi culturali ed etnici ai quali apparteniamo prima e più che il singolo individuo».
Questo è quello che accade normalmente, quando grazie all’interazione con gli altri impariamo come comportarci e a seguire le regole comunemente accettate dalla nostra collettività. Questa è la prassi abituale con cui abbiamo a che fare ogni giorno nel corso della nostra vita, in cui il modo di comportarsi viene appreso attraverso un processo graduale che comprende anche l’imitazione del comportamento altrui. Tuttavia, è possibile condizionare gli individui affinché apprendano eripetano un determinato comportamento anche se discordante dai comportamenti abituali. Già, ma come? «I processi di condizionamento studiati da Pavlov e, dopo, in un diverso quadro di riferimento teorico, dai Comportamentisti, si basano essenzialmente sulle contingenze di rinforzo e inoltre, specie per quanto riguarda i comportamenti sociali in senso stretto, su processi di imitazione, sul nostro adeguarci a modelli variamente presenti nel nostro ambiente sociale a iniziare dai genitori sino ai modelli offerti dai mass media. Per circoscrivere la domanda, si possono ricordare gli efficacissimi processi di condizionamento posti in atto dalle istituzioni totali: carceri, ospedali, caserme, scuole ecc. Se si obbligano le persone ad assumere certi comportamenti, come avviene in queste istituzioni, le persone assumeranno questi comportamenti e i comportamenti assunti potranno cambiarle nell’intimo, trasformando la loro mentalità, il loro modo di sentire e di pensare, alla fine la loro stesa identità. Vi è tuttavia negli esseri umani la possibilità di resistere anche ai processi di condi-zionamento più forti e totalizzanti. Intere società possono talora divenire delle istituzioni totali, succede ad esempio nelle dittature che pongono in atto processi di condizionamento più o meno raffinati; ma anche in queste situazioni estreme vi è chi riesce a resistere e ad opporsi. Speriamo che il fantasma di una dittatura globale, di una mega istituzione totale di livello globale, resti solo un fantasma: è tuttavia prudente essere vigili per preparasi a resistere e ad opporsi».
Un ruolo importante nella fase di apprendimento di un determinato comportamento sociale è dato dai rinforzi. A volte, infatti, per aiutare qualcuno ad apprendere e a ripetere un determinato comportamento è necessario un piccolo aiuto, che lo spinga ad agire come si vorrebbe. I rinforzi possono essere di due tipi: positivi o negativi, come ci illustra il Professor Colucci: «I rinforzi positivi, o semplicemente rinforzi, sono stimoli che soddisfano il bisogno di un organismo, in breve potremmo definirli premi. A partire dal cibo che soddisfa la fame di un animale, possono essere rinforzi positivi uno sguardo benevolo, un sorriso, una carezza, una gratifica economica e lo stesso stipendio, una promozione, un ufficio più bello con i suoi status symbol ecc. I rinforzi negativi a rigore consistono nella assenza del rinforzo positivo, nella non somministrazione di uno stimolo che soddisfi il bisogno di un organismo: il topino affamato preme una levetta ma non riceve il cibo. Quindi i rinforzi negativi si distinguono dalle punizioni che consistono nella somministrazione di uno “stimolo avversivo”, quale ad esempio una scarica elettrica che colpisce il gatto cavia chiuso in una gabbia che deve apprendere, per prove ed errori, a porre termine allo stimolo avversivo, premendo ad esempio una leva (come negli esperimenti di Thorndyke che si pongono alle origini del Comportamentismo). Il ruolo dei rinforzi, nella teoria comportamentistica e in particolare in quella di Burrus Francis Skinner, è essenziale nell’apprendimento dei comportamenti sociali insieme, come prima si è osservato, ai processi di imitazione, o “modellamento”. Skinner ha studiato le “contingenze di rinforzo”, ovvero le modalità di somministrazione dei rinforzi positivi e il loro succedersi nel tempo. Molto in breve, questo scienziato del comportamento ha sperimentalmente dimostrato che all’inizio del processo di apprendimento, quando un certo comportamento deve essere appreso ex novo, è più efficace somministrare i rinforzi positivi con regolarità e continuità, ovvero ogni volta che l’organismo pone in atto il comportamento che deve apprendere; in seguito per confermare l’apprendimento e per portarlo a livelli alti e in costante aumento è molto più efficace la somministrazione casuale o randomizzata dei rinforzi; tale casualità potrà seguire diverse regole, le “contingenze di rinforzo” appunto, sulle quali qui non possiamo soffermarci. Indubbiamente un operaio o un impiegato manterrà livelli di produzione alti e in costante aumento se viene premiato seguendo tali contingenze di rinforzo e non (o non solo) con una stipendio fisso che varia prevedibilmente con scatti prefissati. In altri termini, è opportuno che negli organismi vi sia sempre un certo livello di tensione o di stress positivo (eustress) Tuttavia, l’organismo umano (e anche quello degli animali inferiori all’uomo) è più complesso di quanto Skinner ipotizzava, proprio in quanto i suoi comportamenti sociali sono guidati da quei fattori psichici che egli riteneva di non dover considerare. Questo significa, ad esempio, che un rinforzo positivo, a partire dagli stessi incentivi economici non determina sempre e necessariamente un aumento della produttività di un soggetto in quanto il tutto dipende dal valore, dal significato, che quel soggetto attribuisce al rinforzo, all’incentivo economico; come è stato chiaramente spiegato da Lewin (Le teoria, la ricerca, l’intervento, Il Mulino 2005, cap X)».
Regole di comportamento. Rimane, tuttavia, un’ultima cosa da chiarire, forse quella maggiormente legata al concetto di divieto. Infatti, come ricordato più volte, l’interazione tra individui è disciplinata da regole e codici che prescrivono di comportarsi in un determinato modo e che distinguono ciò che è considerato giusto da ciò che invece è considerato sbagliato o riprovevole. Eppure, nonostante questa conoscenza, alcune persone infrangono volontariamente dei divieti, pur essendo ben consapevoli delle conseguenze a cui andranno incontro. Il deviare dalla norma, dal comportamento accettato e considerato corretto, non è così infrequente. Può deviare sia chi si ribella a una dittatura ed esprime le sue idee attraverso manifestazioni, sia chi infrange la legge e, ad esempio, decide di rapinare una banca. Che cosa è, quindi, che spinge un individuo a violare le regole della collettività? «In primo luogo bisogna tener presente che le regole e i codici, ovvero le norme sociali, come sarebbe più opportuno definirle, non hanno un valore universale e assoluto ma si radicano nelle diverse culture e, nell’ambito di queste, nei gruppi sociali. – spiega il Professor Colucci - Questo significa che ciò che è “sbagliato o riprovevole” per alcuni (ad esempio per gli italiani o per la maggioranza di essi oppure, facendo un altro esempio, per certi gruppi di adulti italiani o occidentali) è invece “giusto” per altri (ad esempio gli immigrati dall’Africa oppure certi gruppi giovanili italiani o occidentali ). Chiarendo che non si vuol sostenere nessuna forma di relativismo: l’infibulazione va comunque proibita, come è sbagliato e va punito nel modo più rigoroso sfruttare i lavoratori immigrati, rubare, rapinare, violentare ecc… Anche questo tema meriterebbe più di una monografia (una lettura credo interessante, e anche divertente, può essere quella di Bei delitti e belle pene, Unicopli). Da ultimo, voglio far presente che il violare le regole della collettività può avere, e in taluni casi ha avuto, un valore fortemente positivo. Ricordo, da non credente e per fare l’esempio più noto, che il Cristo ha violato, infranto e capovolto le regole della collettività a cui apparteneva; come poi fecero San Paolo con le regole sia della comunità ebraica che dell’Impero romano (le due collettività alle quali apparteneva) e i primi cristiani. Tutto questo vuol essere un invito ad approfondire e a riflettere».
Paola Torelli
Francesco Paolo Colucci. Nato ad Alberobello (Bari) nel 1946 è professore ordinario di Psicologia Sociale, presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Le sue aree di ricerca riguardano in particolare il senso comune e le rappresentazioni sociali, i cambiamenti politici e la comunicazione politica in Italia e l’opera di Kurt Lewin. Attualmente è impegnato in ricerche sulla dispersione scolastica in Israele



