LIBRI
CI VUOLE BEN ALTRO CHE UN LIBRO
Incontro con lo scrittore Carlo Alberto Parmeggiani. Tra riflessioni sulla vita, sull’arte dello scrivere e sul loro legame, ci presenta il suo ultimo romanzo La mezza estate
Si dice o vivi o scrivi
Dopo un paio d’anni, mi sento telefonare alle undici di sera da un signore che mi dice che sta leggendo le pagine del mio libro e che sta ridendo come un matto, e in quelle pagine si parlava di uno che stava morendo… (in A tempo debito le prime pagine hanno per protagonista un giovane che muore n.d.r.). Questo signore mi racconta che conosce diversi editori e mi chiede se sono interessato a pubblicare. Io ho accettato volentieri, perché avevo ormai smesso qualsiasi idea di cercare un editore. Ho mantenuto i contatti con questo signore fino a quando non mi ha telefonato un editore suo amico (uno dei soci di Carte scoperte di Milano) che mi ha chiesto se avessi avuto piacere a pubblicare con loro il libro. Io non vedevo l’ora. Nel giro di un mese ho rivisto il testo e gliel’ho consegnato. Non che avessi costruito castelli in aria, anche perché il libro è stato pubblicato nel 2006, ma io l'avevo scritto nel 1992… Pubblicare sarebbe il sogno di molti, ma io mi devo arrendere all’evidenza del caso perché ormai non pensavo più di arrivare alla pubblicazione. Anzi addirittura mi ero dedicato a molte altre cose. Però quando mi veniva l’estro di scrivere qualcosa magari lo scrivevo e mi riprendeva quella passione. Ma non ho mai visto lo scrivere come una professione che potesse sostituire il mestiere che facevo».
È anche a causa di questo essersi affacciato sulla scena letteraria con tempi abbastanza lunghi che Parmeggiani guarda al mestiere di scrittore con una certa diffidenza e con un certo distacco, che lo aiuta ad avere una visione più chiara di quello che è il panorama letterario oggi. «Fa sempre piacere arrivare alla pubblicazione – come ammette - anche se da parte mia l’ho presa con una certa diffidenza. Ho pensato, arrivo a pubblicare a cinquantacinque anni? Forse avrebbe avuto senso quando ne avevo trentacinque, forse avrebbe cambiato qualcosa, forse la mia vita sarebbe cambiata, ma a cinquantacinque anni non cambia più niente. Ormai sai che quella è la tua vita. È una soddisfazione certo, ma io l’ho presa subito con una certa diffidenza poi ho pensato che forse era vero che quello che scrivevo piaceva». L’essere arrivato alla pubblicazione da non più giovanissimo ha portato Parmeggiani a svolgere lavori, anche molto diversi tra loro. Anche se attualmente ha un lavoro stabile come insegnante di italiano e storia a Modena al Liceo Barozzi, il suo percorso professionale è costellato dai mestieri più svariati, come lui stesso spiega: «ho fatto un’infinità di lavori, dal bookmaker alle corse di cavalli da ragazzo al consulente marketing, ho lavorato presso un elettricista e insegnato privatamente. Ho anche lavorato per il mercato comune europeo e sarei dovuto andare a lavorare per il Bureau International du Travail a Ginevra. Poi la morte di mio padre e tutti gli altri drammi che si sono susseguiti hanno fatto sì che dovessi ritornare a casa in Italia. Ad insegnare ci sono finito per caso, invece. Dopo la morte di mia madre, venendomi a mancare un punto di riferimento forte, ho fatto il concorso per insegnante a Carpi (in provincia di Modena ndr.). Prima di allora passavo da un lavoro all’altro. Il mio carattere e la mia testa un po’ matta non mi hanno mai portato a cercare una soluzione solida e definitiva, su cui costruire il mio futuro. Sono stato fortunato perché mi andava bene, anche perché se una cosa non mi piaceva non la facevo, se un lavoro non mi piaceva mi licenziavo e poco tempo dopo ne trovavo un altro». Tutte queste diverse esperienze hanno avuto un ruolo importante nella vita di Parmeggiani e l’hanno aiutato, ognuna a suo modo, a scrivere tanto che, come lui stesso ammette, molte cose che ha scritto riguardano la sua biografia. L’idea di scrivere ha preso corpo tardi, come ci spiega lo scrittore: «ho cominciato a scrivere relativamente tardi, attorno ai trentadue anni. Prima scrivevo dei saggi o degli articoli, perché magari il Professore Anceschi, con cui ha fatto la tesi, mi chiedeva qualcosa da scrivere per il Verri. Però non l’avevo presa come un’attività vera e propria, tanto che le mie letture erano tutt’altre. Passavo da una lettura sul calcolo integrale ad una sul Beato Angelico a autori come Celine, Gadda, Kafka, Henry James, Proust, Pizzuto o Shiel. Ho cominciato a scrivere al ritorno dalla Svizzera, in un momento in cui mi trovavo un po’ spaesato: prima la morte di mio padre e poi tutta una serie di altre vicissitudini mi avevano reso un po’ perplesso. Ecco, allora, che lo scrivere mi aiutava a capire meglio la situazione e vedere quali erano quelle cose che potevano funzionare e quali no». La vita di Parmeggiani non è stata segnata solo dai diversi mestieri svolti, ma anche da vicende che lo hanno segnato profondamente e che lo hanno portato a vedere il suo mestiere di scrittore con una certa disillusione: «se per molti la pubblicazione di un’opera giustifica una vita, per me non è così: ciò che giustifica la vita, è la vita stessa. Dire che quello che ho fatto giustifica anche le tribolazioni passate mi sembra esagerato. La soddisfazione di aver pubblicato un libro non giustifica le amarezze e i dolori precedenti. Consideri un brutto periodo. Lei faccia conto che questo brutto periodo duri un anno e poi moltiplichi questo anno per quaranta anni. Ecco ci vuole ben altro che un libro per dire che me la sono cavata».
Intevista a cura di Paola Torelli






