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LIBRI

CI VUOLE BEN ALTRO CHE UN LIBRO

Incontro con lo scrittore Carlo Alberto Parmeggiani. Tra riflessioni sulla vita, sull’arte dello scrivere e sul loro legame, ci presenta il suo ultimo romanzo La mezza estate

 

Si dice o vivi o scrivi alt. Per qualcuno forse funziona, per me no: io vorrei vivere e scrivere nello stesso tempo, anzi vorrei vivere portando la vita nella scrittura». È questa la frase che meglio di qualunque altra descrive lo scrittore carpigiano Carlo Alberto Parmeggiani e il suo rapporto con la scrittura. Abbiamo incontrato Parmeggiani in occasione della presentazione del suo ultimo libro, La mezza estate, edito da Zandonai. L’incontro non è stato solo una semplice promozione pubblicitaria, ma un vero e proprio scambio di idee e di pensieri sulla vita, sulla scrittura e sul loro legame. «La scrittura mi è servita per capire se avevo qualcosa a cui guardare al di là del muro oltre al quale non vedevo, se avevo un futuro a cui guardare domani. Non dico a una settimana o a un mese, ma al domani. E questo mi piaceva. - continua a spiegare Parmeggiani - perché la letteratura e la scrittura sono ottimi strumenti per la comprensione delle cose, ma la comprensione da sola non basta: bisogna anche agire. È l’azione che conta. La scrittura mi serviva per percepire i movimenti che c’erano, per vedere quello che riguardava la mia esistenza. Se poi il panorama si allargava e la mia esistenza ne incrociava altre tutto di guadagnato ed era per me più facile cogliere un aspetto positivo». La mezza estate racconta di una crescita e del difficile rapporto tra un padre e suo figlio. Come ci illustra meglio lo stesso Parmeggiani, il romanzo «ha l’impronta del Bildungsroman, del romanzo di formazione. Parla di una crescita, di un rapporto tra un padre e un figlio. Il padre è un ingegnere genialoide, ormai sulla via del tramonto. Il figlio vorrebbe seguire le orme del padre e si sta per laureare anche lui in ingegneria navale. Tra i due, tuttavia, nasce un conflitto perché alla riparazione di una nave si manifestano dei rallentamenti che per il figlio sono inspiegabili. E la storia si snoda in modo tale che questi rallentamenti, apparentemente immotivati, alla fine si rivelano e acquistano senso. Il romanzo si sviluppa prevalentemente su questo contrasto tra padre e figlio. I dialoghi sono pochi, anche perché il linguaggio è teso a significare il rapporto segreto tutto si svolge a Genova, una città dove io ho abitato per diversi anni, soprattutto da bambino, proprio per il grande amore che ho per il mare e per i racconti di mare. C’è anche un piccolo dizionario alla fine del romanzo che specifica molte voci della tecnica navale usate nel libro». La mezza estate non è il primo romanzo scritto da Parmeggiani. Prima di questo, infatti, sono stati pubblicati: A tempo debito (Carte scoperte, 2006), La malapiega (Carte scoperte, 2007) e La vera storia di Leon Pantà (Zandonai, 2007). Eppure particolare è il destino che ha portato Parmeggiani alla pubblicazione dei suoi libri. «Sono arrivato alla pubblicazione per caso – ci spiega lo scrittore - avevo smesso di pensare all’idea di pubblicare e continuavo a scrivere solo perché mi divertito. Sono arrivato a pubblicare semplicemente perché un mio libro era finito nelle mani di una amica, la quale amica aveva un amico che era amico di un lettore di una casa editrice. Avevo dato il libro a questa mia amica come segno di amicizia, e lei l’aveva consegnato a questo amico che, a sua volta, l’ha mostrato al suo amico.

Dopo un paio d’anni, mi sento telefonare alle undici di sera da un signore che mi dice che sta leggendo le pagine del mio libro e che sta ridendo come un matto, e in quelle pagine si parlava di uno che stava morendo… (in A tempo debito le prime pagine hanno per protagonista un giovane che muore n.d.r.). Questo signore mi racconta che conosce diversi editori e mi chiede se sono interessato a pubblicare. Io ho accettato volentieri, perché avevo ormai smesso qualsiasi idea di cercare un editore. Ho mantenuto i contatti con questo signore fino a quando non mi ha telefonato un editore suo amico (uno dei soci di Carte scoperte di Milano) che mi ha chiesto se avessi avuto piacere a pubblicare con loro il libro. Io non vedevo l’ora. Nel giro di un mese ho rivisto il testo e gliel’ho consegnato. Non che avessi costruito castelli in aria, anche perché il libro è stato pubblicato nel 2006, ma io l'avevo scritto nel 1992… Pubblicare sarebbe il sogno di molti, ma io mi devo arrendere all’evidenza del caso perché ormai non pensavo più di arrivare alla pubblicazione. Anzi addirittura mi ero dedicato a molte altre cose. Però quando mi veniva l’estro di scrivere qualcosa magari lo scrivevo e mi riprendeva quella passione. Ma non ho mai visto lo scrivere come una professione che potesse sostituire il mestiere che facevo».

È anche a causa di questo essersi affacciato sulla scena letteraria con tempi abbastanza lunghi che Parmeggiani guarda al mestiere di scrittore con una certa diffidenza e con un certo distacco, che lo aiuta ad avere una visione più chiara di quello che è il panorama letterario oggi. «Fa sempre piacere arrivare alla pubblicazione – come ammette - anche se da parte mia l’ho presa con una certa diffidenza. Ho pensato, arrivo a pubblicare a cinquantacinque anni? Forse avrebbe avuto senso quando ne avevo trentacinque, forse avrebbe cambiato qualcosa, forse la mia vita sarebbe cambiata, ma a cinquantacinque anni non cambia più niente. Ormai sai che quella è la tua vita. È una soddisfazione certo, ma io l’ho presa subito con una certa diffidenza poi ho pensato che forse era vero che quello che scrivevo piaceva». L’essere arrivato alla pubblicazione da non più giovanissimo ha portato Parmeggiani a svolgere lavori, anche molto diversi tra loro. Anche se attualmente ha un lavoro stabile come insegnante di italiano e storia a Modena al Liceo Barozzi, il suo percorso professionale è costellato dai mestieri più svariati, come lui stesso spiega: «ho fatto un’infinità di lavori, dal bookmaker alle corse di cavalli da ragazzo al consulente marketing, ho lavorato presso un elettricista e insegnato privatamente. Ho anche lavorato per il mercato comune europeo e sarei dovuto andare a lavorare per il Bureau International du Travail a Ginevra. Poi la morte di mio padre e tutti gli altri drammi che si sono susseguiti hanno fatto sì che dovessi ritornare a casa in Italia. Ad insegnare ci sono finito per caso, invece. Dopo la morte di mia madre, venendomi a mancare un punto di riferimento forte, ho fatto il concorso per insegnante a Carpi (in provincia di Modena ndr.). Prima di allora passavo da un lavoro all’altro. Il mio carattere e la mia testa un po’ matta non mi hanno mai portato a cercare una soluzione solida e definitiva, su cui costruire il mio futuro. Sono stato fortunato perché mi andava bene, anche perché se una cosa non mi piaceva non la facevo, se un lavoro non mi piaceva mi licenziavo e poco tempo dopo ne trovavo un altro». Tutte queste diverse esperienze hanno avuto un ruolo importante nella vita di Parmeggiani e l’hanno aiutato, ognuna a suo modo, a scrivere tanto che, come lui stesso ammette, molte cose che ha scritto riguardano la sua biografia. L’idea di scrivere ha preso corpo tardi, come ci spiega lo scrittore: «ho cominciato a scrivere relativamente tardi, attorno ai trentadue anni. Prima scrivevo dei saggi o degli articoli, perché magari il Professore Anceschi, con cui ha fatto la tesi, mi chiedeva qualcosa da scrivere per il Verri. Però non l’avevo presa come un’attività vera e propria, tanto che le mie letture erano tutt’altre. Passavo da una lettura sul calcolo integrale ad una sul Beato Angelico a autori come Celine, Gadda, Kafka, Henry James, Proust, Pizzuto o Shiel. Ho cominciato a scrivere al ritorno dalla Svizzera, in un momento in cui mi trovavo un po’ spaesato: prima la morte di mio padre e poi tutta una serie di altre vicissitudini mi avevano reso un po’ perplesso. Ecco, allora, che lo scrivere mi aiutava a capire meglio la situazione e vedere quali erano quelle cose che potevano funzionare e quali no». La vita di Parmeggiani non è stata segnata solo dai diversi mestieri svolti, ma anche da vicende che lo hanno segnato profondamente e che lo hanno portato a vedere il suo mestiere di scrittore con una certa disillusione: «se per molti la pubblicazione di un’opera giustifica una vita, per me non è così: ciò che giustifica la vita, è la vita stessa. Dire che quello che ho fatto giustifica anche le tribolazioni passate mi sembra esagerato. La soddisfazione di aver pubblicato un libro non giustifica le amarezze e i dolori precedenti. Consideri un brutto periodo. Lei faccia conto che questo brutto periodo duri un anno e poi moltiplichi questo anno per quaranta anni. Ecco ci vuole ben altro che un libro per dire che me la sono cavata».

 

Intevista a cura di Paola Torelli

 

 
Commenti (1)
Carlo Alberto,oltre ad essere un mio amico,e' un grande ! Franco

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