MUSICA
BERLINO E IL MURO DEL SUONO
La cortina di ferro scese ad isolare Berlino dalle cronache musicali, diventando però al tempo stesso fonte di ispirazione per molti musicisti che trovarono così il modo di esprimere la protesta contro la guerra fredda e il totalitarismo
Il primo fu Lou Reed, che dedicò alla città una canzone ed un album tra i migliori della sua produzione. Un disco che scavava nelle proprie profondità e nelle miserie umane, e dove l'immagine del muro era qualcosa che faceva parte della vita dei protagonisti delle canzoni. David Bowie, a cui Reed era fortemente legato, si trasferì anch'egli nella città tedesca per registrare due album storici come Low e Heroes. Di quest’ultimo la title-track era la storia di due amanti la cui relazione continuava sfidando la divisione fisica della città, e che forse era in qualche modo autobiografica. Non è casuale che nella parabola artistica del Duca Bianco si parli di periodo berlinese per sottolinearne l'importanza. Immediatamente dopo i Sex Pistols con la loro Holiday in the Sun, descrissero una consuetudine degli abitanti occidentali, ovvero salire sulle torrette che costellavano la città e guardare nell’altra metà: I'm looking over the wall and they looked at me/now I got the reason to be waiting/the Berlin wall. La stessa situazione ispirò uno dei più grandi successi degli anni 80: Fade to Grey dei Visage, come si evince dalle dichiarazioni del loro cantante Steve Strange “ho guardato oltre il muro, una triste vista. Tutto mi sembrava grigio, strano, minaccioso - il filo spinato, le guardie. Quindi ho visto uno stanco uomo anziano camminare con un bastone. Stanco, deluso dalla vita. È stato in quel momento che si è formata l'immagine di Fade to Grey: entrare nel grigio, nella vecchiaia, sprofondare nel niente. Di questo umore è ciò di cui parla la canzone” Il periodo new wave fu quello che più vedeva Berlino come luogo carico di significati, anche solo per suonarci e quindi penso ai tanti Live in Berlin tra cui quelli di Au Pairs o Blurt. Nondimeno se ne apprezzava la multiculturalità e il fascino mitteleuropeo. Proprio lì prese le mosse il nucleo iniziale dei CCCP, con Ferretti e Zamboni a distillare gli umori del quartiere turco di Kreuzberg durante un lungo soggiorno tedesco, che produrrà una provocatoria Live in Pankow (di qua e di là dal Muro/Europa persa in trance/in Alexander platz come in piazza del Duomo/provate a rifugiarvi sotto il Patto di Varsavia con un piano quinquennale, la stabilità!) . Così come il più sperimentale dei gruppi tedeschi, gli Einstürzende Neubauten, con Steh Auf Berlin cercarono di rendere la decadenza e il grigiore della città con il loro dissonante suono industriale. E anche la leggerezza del pop elettronico anni ottanta fu costretto a fare i conti con il fascino insano della città, è degli Alphaville infatti Summer in Berlin mentre i 99 Luftbaloons di Nena sono chiaramente un simbolo legati all’idea di superare la divisione artificiale con qualsiasi mezzo. Qualcuno poi riuscì a ricavare immagini poetiche come in Berlin Tonight di Bruce Cockburn (come abbiamo riso nei checkpoint a mezzanotte/ sotto gialle nuvole urbane), e quasi intime nella Berlin Alexanderplatz di Franco Battiato (ti vedo stanca, hai le borse sotto gli occhi come ti trovi a Berlino Est?). Probabilmente ci sono tante altre canzoni ispirate da quella che era una città divisa, ma una in particolare che non ho citato è legata all’immaginario collettivo pur non avendo nessun legame con Berlino, ed è ovviamente The Wall dei Pink Floyd. Roger Waters la scrisse per l'omonimo concept album dove Wall era il muro che si creava il protagonista per difendersi dall'esterno, ma l’esecuzione del musical omonimo in una Berlino appena riunificata ne rinforzò l'associazione mentale nel pubblico rock. Probabilmente era la canzone adatta a quel momento, perché già nel 1979 vi era scritto che quel muro doveva cadere.
Carlo Maramotti






