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MUSICA

BERLINO E IL MURO DEL SUONO

La cortina di ferro scese ad isolare Berlino dalle cronache musicali, diventando però al tempo stesso fonte di ispirazione per molti musicisti che trovarono così il modo di esprimere la protesta contro la guerra fredda e il totalitarismo


Be altrlino ha cominciato ad essere un “luogo” musicale in epoca più tarda rispetto a Londra e a Parigi, probabilmente per lo stesso motivo per cui la Germania, come nazione, ha cominciato ad esistere dopo Francia e Gran Bretagna. Tuttavia ha comunque ospitato e prodotto realtà musicali degne di nota. Specialmente nella musica classica, la fama mondiale della Berlin Philharmonic Orchestra diretta per anni da Herbert Von Karajan non ha eguali. Oppure le opere teatrali di Kurt Weill, tra cui il Requiem dedicato a Berlino con le sue forti connotazioni politiche. Nella musica popolare ha iniziato ad essere fonte di ispirazione già negli anni '40 con una delle canzoni più conosciute della seconda guerra mondiale There'll Be a Hot Time in the Town of Berlin, registrata da Glenn Miller e Bing Crosby per citare solo due dei nomi più famosi che la interpretarono. Era una canzone che forse aveva lo scopo di ravvivare lo spirito dei soldati e delle loro popolazioni, visto che dava a Berlino lo status di città da rendere felice solo con la conquista degli americani. Al contrario invece delle canzoni interpretate da Marlene Dietrich: In the Ruins of Berlin e I have another suitcase in Berlin, dove la voce dolceamara della diva tedesca crea immagini di nostalgia e tristezza per la capitale sconfitta. Dopodichè la cortina di ferro e il Muro scesero ad isolare Berlino dalle cronache musicali, diventando però al tempo stesso fonte di ispirazione per molti musicisti che trovarono così il modo di esprimere la protesta contro la guerra fredda e il totalitarismo dei regimi dell'Est Europa.

Il primo fu Lou Reed, che dedicò alla città una canzone ed un album tra i migliori della sua produzione. Un disco che scavava nelle proprie profondità e nelle miserie umane, e dove l'immagine del muro era qualcosa che faceva parte della vita dei protagonisti delle canzoni. David Bowie, a cui Reed era fortemente legato, si trasferì anch'egli nella città tedesca per registrare due album storici come Low e Heroes. Di quest’ultimo la title-track era la storia di due amanti la cui relazione continuava sfidando la divisione fisica della città, e che forse era in qualche modo autobiografica. Non è casuale che nella parabola artistica del Duca Bianco si parli di periodo berlinese per sottolinearne l'importanza. Immediatamente dopo i Sex Pistols con la loro Holiday in the Sun, descrissero una consuetudine degli abitanti occidentali, ovvero salire sulle torrette che costellavano la città e guardare nell’altra metà: I'm looking over the wall and they looked at me/now I got the reason to be waiting/the Berlin wall. La stessa situazione ispirò uno dei più grandi successi degli anni 80: Fade to Grey dei Visage, come si evince dalle dichiarazioni del loro cantante Steve Strange “ho guardato oltre il muro, una triste vista. Tutto mi sembrava grigio, strano, minaccioso - il filo spinato, le guardie. Quindi ho visto uno stanco uomo anziano camminare con un bastone. Stanco, deluso dalla vita. È stato in quel momento che si è formata l'immagine di Fade to Grey: entrare nel grigio, nella vecchiaia, sprofondare nel niente. Di questo umore è ciò di cui parla la canzone” Il periodo new wave fu quello che più vedeva Berlino come luogo carico di significati, anche solo per suonarci e quindi penso ai tanti Live in Berlin tra cui quelli di Au Pairs o Blurt. Nondimeno se ne apprezzava la multiculturalità e il fascino mitteleuropeo. Proprio lì prese le mosse il nucleo iniziale dei CCCP, con Ferretti e Zamboni a distillare gli umori del quartiere turco di Kreuzberg durante un lungo soggiorno tedesco, che produrrà una provocatoria Live in Pankow (di qua e di là dal Muro/Europa persa in trance/in Alexander platz come in piazza del Duomo/provate a rifugiarvi sotto il Patto di Varsavia con un piano quinquennale, la stabilità!) . Così come il più sperimentale dei gruppi tedeschi, gli Einstürzende Neubauten, con Steh Auf Berlin cercarono di rendere la decadenza e il grigiore della città con il loro dissonante suono industriale. E anche la leggerezza del pop elettronico anni ottanta fu costretto a fare i conti con il fascino insano della città, è degli Alphaville infatti Summer in Berlin mentre i 99 Luftbaloons di Nena sono chiaramente un simbolo legati all’idea di superare la divisione artificiale con qualsiasi mezzo. Qualcuno poi riuscì a ricavare immagini poetiche come in Berlin Tonight di Bruce Cockburn (come abbiamo riso nei checkpoint a mezzanotte/ sotto gialle nuvole urbane), e quasi intime nella Berlin Alexanderplatz di Franco Battiato (ti vedo stanca, hai le borse sotto gli occhi come ti trovi a Berlino Est?). Probabilmente ci sono tante altre canzoni ispirate da quella che era una città divisa, ma una in particolare che non ho citato è legata all’immaginario collettivo pur non avendo nessun legame con Berlino, ed è ovviamente The Wall dei Pink Floyd. Roger Waters la scrisse per l'omonimo concept album dove Wall era il muro che si creava il protagonista per difendersi dall'esterno, ma l’esecuzione del musical omonimo in una Berlino appena riunificata ne rinforzò l'associazione mentale nel pubblico rock. Probabilmente era la canzone adatta a quel momento, perché già nel 1979 vi era scritto che quel muro doveva cadere.

 

Carlo Maramotti

 

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