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PSICOLOGIA SOCIALE

PERCHÈ SEI CATTIVO?

Stare insieme: aggressività tra individuo e società

 

altNon passa giorno della nostra vita in cui non entriamo in contatto con gli altri. Le nostre interazioni sono molteplici e coinvolgono tutti gli aspetti della nostra vita: familiari, amici, sconosciuti... La nostra vita è scandita da meccanismi e da prassi che regolano lo stare insieme. Alcune volte questi meccanismi sono risposte meccaniche ad una situazione, come per esempio salutare un familiare, altre volte sono meccanismi più complessi, come il cercare di addolcire qualcosa di sgradevole che si sta per dire al nostro interlocutore. In ogni caso è grazie all'esistenza di questi preziosi meccanismi che la società riesce a stare unita e a non creare divisioni all'interno dei suoi membri. Pensiamo, ad esempio, se un giorno tutti decidessimo di dire e di fare tutto ciò che ci passa per la testa. Di sicuro sarebbe una giornata atipica, ma in che modo ne risentirebbero i rapporti tra gli individui? Cosa accade quando quei meccanismi che regolano lo stare insieme si rompono? E quando accade ciò? Una componente della sfera umana che di sicuro mina le basi di questa convivenza pacifica è l'aggressività. Instaurare una relazione serena con una persona che spesso mette in mostra la propria aggressività non è cosa facile. Tuttavia, non tutti i comportamenti antisociali si caratterizzano per la loro componente aggressiva, come ci spiega il Professor Marco Zuffranieri, docente di Psicologia criminale e Risk assessment all'Università di Torino: «i comportamenti antisociali si caratterizzano per il loro disvalore, non sempre l'aggressività è una loro caratteristica distintiva. È però evidente che sono le condotte antisociali direttamente aggressive, messe in atto da persone comuni o emarginate, a creare più allarme sociale, mentre l'opinione pubblica è più tollerante verso quelle azioni compiute da persone che rivestono ruoli pubblici di rilievo. Questo porta ad un paradosso: una condotta antisociale che lede i diritti di molte persone per potersi configurare ha bisogno di un elevato grado di organizzazione, che la rende però più tollerabile di altre». Continua il Professor Zuffranieri: «aggredire, invece, è una condotta interpersonale: il comportamento aggressivo non è definito una volta per tutte e necessita di un aggredito per potersi configurare, almeno nella sua componente comunicativa. Certamente il significato aggressivo di un gesto non si stabilisce ogni volta che questo è messo in atto. Molti significati sono condivisi socialmente e quindi hanno un loro significato standard. Su questo significato standard e condiviso si possono, però, installare ulteriori significati negoziati nella specifica relazione. Questo rende ogni interazione unica e aperta a molteplici esiti, non sempre prevedibili. Dal momento che alcuni gesti hanno un significato condiviso è chiaro che determinate condotte possono essere lette come aggressive, anche da chi non è il destinatario diretto del gesto e quindi dalla comunità allargata. Questo riguarda in particolare le condotte antisociali che, se opportunamente diagnosticate, possono configurarsi in un vero e proprio disturbo di personalità. Vi sono poi condizioni psichiche che possono favorire il ricorso a condotte antisociali». Leggendo alcuni dati si rimane stupiti da quanto l'aggressività sia insita nella natura umana. Due autori Carty ed Ebling scrivono come dal 1820 al 1945 ben 59 milioni di uomini siano stati uccisi nel corso di guerre o conflitti. Un altro autore, Davien, ricorda invece come dal 1496 a.C. al 1861 d.C. si siano avuti 227 anni di pace e 3.357 anni di guerra, praticamente tredici anni di guerra per ogni anno di pace. Questi dati fanno riflettere soprattutto se si pensa che alcuni rimandano l’aggressività umana ai comportamenti animali, a un ricordo di come si comportavano gli uomini prima della nascita della società moderna. Eppure l’aggressione intra-specifica tra gli animali è rara e difficilmente ha esiti mortali. Come accennatto nell'articolo precedente, i rappresentanti di una stessa specie possono combattere tra loro, ma questi sono comportamenti ritualizzati, che difficilmente conducono alla morte dello sconfitto. Alla luce di questo confronto come si può, quindi, giustificare l’aggressività umana? Secondo il Professor Zuffranieri: «ciò che accade nelle interazioni tra esseri umani fa sì che alcuni incontri si connotino più come inter-specie che intra-specie. Quella che in partenza può essere, ad esempio, una situazione di “semplice” rivalità tra due persone, può arrivare a delle escalation in cui i due interlocutori si percepiscono come nemici con una progressiva perdita della capacità di vedere l'altro come un proprio simile animato solamente da propositi diversi dai propri. In queste situazioni una serie di elementi, come la difficoltà ad abbandonare il campo, l'importanza di salvare la faccia, ecc. riducono sempre di più le opzioni alternative all'aggressività e possono favorire una deriva violenta dell'interazione stessa». L’aggressività è una delle strade che si possono seguire durante un’interazione, può manifestarsi in modi diversi, ma non è detto che sia sempre destinata a sopraffare l’interlocutore. «Si può avere un atteggiamento aggressivo anche per migliorare la propria motivazione a portare a termine un piano d'azione assolutamente rispettoso dei diritti altrui. L'aggressività in quanto “passione” può attivarci come travolgerci, metterci in grosse difficoltà come farci trovare soluzioni; può anche essere sfruttata da chi ha i mezzi per influenzarla e incanalarla in condotte diverse: farci schierare su determinate posizioni o modificare le nostre abitudini di consumo, ecc.». Secondo il Professor Zuffranieri questo tipo di lettura può essere usato anche per indagare un fenomeno salito ultimamente alla ribalta delle cronache: il bullismo. «Le condotte aggressive in questo ambito sono un esempio di modalità comunicativa e piani d'azione messi in atto il più delle volte da gruppi di giovani piuttosto che da singoli. La modalità di rapportarsi con i pari, che fa della minaccia uno dei suoi principi cardine, ottiene dei risultati che la possono rendere più appetibile rispetto ad altre anche in contesti diversi da quello della scuola o del gruppo di coetanei, favorendo quindi, con i dovuti adattamenti, la sua persistenza nel tempo e nelle diverse situazioni. A questo si aggiunga la capacità del gruppo di esaltare i punti in comune fra i suoi appartenenti in modo da rafforzare la propria autonomia ed identità e sottolineare le differenze con chi invece non vi appartiene. È facile immaginare come dinamiche di questo tipo possano favorire gli esiti più eclatanti, complici il potere persuasivo del gruppo e la continuità nel tempo dell'agire aggressivo, oltre al risultato immediato che si raggiunge». Come sempre quando si parla di bullismo, ma in generale di comportamenti antisociali, alcuni tendono a puntare il dito verso i media. Soprattutto quando si parla di giovani o giovanissimi coinvolti in episodi gravi di violenza c’è spesso chi alza il dito contro film, immagini e videogiochi violenti, rei a loro avviso di influenzare negativamente il comportamento umano. Ma è davvero così? I media hanno davvero la capacità di incoraggiare comportamenti antisociali? L’opinione del Prof. Zuffranieri è che: «sicuramente i media hanno la capacità di influenzare opinioni e atteggiamenti del loro pubblico. L'attivazione che è connessa all'aggressività può anche avere la funzione di stimolare il consumo di prodotti o l'attenzione per determinate fonti di informazione. L'intrattenimento anche aggressivo si autoalimenta e quindi serve se stesso; resta da dimostrare se questa influenza possa estendersi direttamente e in maniera significativa alla sfera dei comportamenti interpersonali». Tutto questo si verifica quando si parla di condotte antisociali che purtroppo hanno ormai già preso forma e si sono già realizzate. Rimane comunque da chiedersi se più che intervenire dopo che un determinato comportamento violento è stato portato a termine, non sia possibile intervenire prima, in modo da prevenire un futuro comportamento antisociale? «La previsione, nel senso della valutazione del verificarsi di un certo evento a un dato tempo (successivo a quello della dichiarazione) e in un certo luogo, dei comportamenti criminali è la sfida del risk assessment e del risk management. Le ricerche empiriche hanno messo in evidenza alcuni elementi ricorrenti, in grado di quantificare la probabilità che un autore di reato persista in condotte criminali. Queste ricerche provengono perlopiù dal mondo anglosassone. Si tratta di adattarle al contesto italiano e insistere perché questo argomento sia sottratto da una gestione ispirata all'ideologia e al senso comune e affidato al sapere derivante dalle evidenze empiriche. In questa maniera sarà possibile distinguere quale intervento e con quale tipo di autore di reato avrà più possibilità di successo». Esistono, invece, speranze nel “rieducare” un soggetto caratterizzato da condotte antisociali e attivare in individui di questo tipo un processo di cambiamento pro-sociale? Detto altrimenti, è possibile riportare sulla retta via chi si è macchiato di comportamenti antisociali? Il Professor Zuffranieri è ottimista: «le ricerche in questo ambito hanno individuato alcuni fattori favorenti il cambiamento. Come evidenziato da Caspi e Moffitt (1993), un processo di cambiamento può essere attivato in situazioni di forte spinta al cambiamento, quando le precedenti modalità di risposta sono state attivamente scoraggiate e quando vengono fornite chiare informazioni su come comportarsi adattivamente alla nuova situazione. Si badi bene che il cambiamento non deve limitarsi al ricoprire meramente un nuovo ruolo, ma deve coinvolgere una riorganizzazione qualitativa delle struttura di personalità. Di conseguenza un cambiamento profondo deve essere accompagnato da una percezione soggettiva della nuova situazione come corretta e rassicurante, in altre parole egosintonica. Affinché si possa realizzare un cambiamento non è possibile fornire solamente delle opportunità, ma è indispensabile eliminare quelle circostanze che permettono la continuità delle modalità di comportamento precedenti. Per promuovere un cambiamento è innanzitutto necessario eliminare le esperienze passate, ovvero i vecchi modelli di comportamento; in secondo luogo è indispensabile fornire all'individuo uno script chiaro delle nuove modalità di comportamento, maggiormente adattive. Altri studiosi (Andrew e Bonta) hanno individuato quattro fattori all'interno di un programma di trattamento che ne favoriscono l'efficacia: il risk principle secondo cui il trattamento va selezionato in base al rischio medio o alto del delinquente di mettere in atto nuove condotte antisociali; il need principle, secondo cui è necessario che il trattamento si focalizzi sui bisogni criminogenici, il responsivity principle, che afferma che i programmi correzionali dovrebbero essere abbinati con lo stile di apprendimento, il livello di motivazione e le circostanze personali ed interpersonali del delinquente e infine l'integrity principle, che concerne l'adeguata formazione dello staff che propone il trattamento e le successive valutazioni circa la qualità e l'efficacia dell’intervento. Un programma di trattamento che si fonda su questi principi ha molte possibilità di favorire un cambiamento profondo e duraturo nel tempo». Infine, un caso particolare di aggressività è quello delle interazioni vittimizzanti: «studiando le interazioni vittimizzanti cerchiamo di studiare la componente comunicativa degli eventi che esitano in vittimizzazioni. Raramente i destinatari di offese più o meno gravi sono il mero oggetto dell'aggressività dell'offender; questa potrebbe essere solo la fase finale dell'interazione: il modo di chiuderla o il modo di sanzionare l'interlocutore per aver cercato di chiuderla. In questo senso io e i miei collaboratori ci concentriamo sulle componenti comunicative e di significato che caratterizzano le vicende entro cui i gesti propriamente vittimizzanti si verificano, non solo a fini descrittivi, ma anche preventivi, riparativi e trattamentali ». Si può, quindi, dire che questo tipo di interazione sia un caso particolare di aggressività il cui scopo è quello di umiliare l’interlocutore? «L'umiliazione può essere il risultato di un'escalation - sostiene Zuffranieri - in cui progressivamente si assumono atteggiamenti sempre più offensivi, ma un ruolo rilevante può essere giocato da stili comunicazionali influenzati da veri e propri disturbi come nel caso della psicopatia». Rimane un ultimo dubbio da chiarire alla luce di quanto detto finora. Il male è una componente innata dell'essere umano, presente in tutti noi? Per avere una risposta a questa domanda abbiamo chiesto il parere del Dottor Lorenzo Natali autore insieme al Prof. Adolfo Ceretti del libro Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali (Raffaello Cortina, 2009) entrambi docenti all'Università Milano-Bicocca. «La convinzione alla base della nostra proposta teorica è che non sia possibile superare quell’ambiguità di fondo tra bene e male, che costituisce l’uomo. Ciascuno di noi è sempre potenzialmente aperto al dialogo tra bene e male. In questo senso, si può dire, che il male dimori in ognuno di noi. - ci spiega il Dott. Natali - La storia ci ha insegnato che spesso la pretesa e la tentazione di estirpare il male, di superare l’ambiguità propria dell’uomo ha prodotto mali ancora peggiori. Anziché espellere il male, è più proficuo mettere a disposizione della società e della collettività una sufficiente complessità interna per il trattamento dei conflitti. Il suggerimento è pertanto quello di ristabilire una giusta distanza dalle esperienze malefiche e crudeli senza però ricorrere a movimenti espulsivi che ci farebbero ricadere in quella trappola che considera chi ha commesso delitti brutali come inevitabilmente “altro”. In costoro è prevalso qualcosa che esiste anche in noi e che possiamo riconoscere: il male». Attraverso il loro studio il Professor Ceretti e il Dottor Natali hanno cercato di costruire una nuova prospettiva da cui interpretare e comprendere i percorsi di vita compiuti da quei soggetti che si sono macchiati di atti criminali gravi. Per fare questo si sono serviti anche delle ricerche e del materiale fornito da Lonnie Athens, criminologo statunitense, docente alla Seton Hall University (New Jersey). Come ci racconta il Dott, Natali, «Athens fornisce una spiegazione alternativa alla tradizionale prospettiva che spiega il comportamento criminale violento prevalentemente assegnandolo all’universo della malattia mentale. Nella logica comune, ma anche in molte logiche scientifiche, infatti, non si ritiene possibile che una persona cosiddetta “normale” possa commettere certi tipi di azioni che per gravità e mancanza di provocazione appaiono assolutamente irrazionali e incomprensibili. Athens riesce, invece, a rintracciare e a descrivere con successo quei percorsi psico-sociali che conducono un individuo a realizzare atti violenti mostrando come tali percorsi non siano segnati da una natura irrazionale e incontrollabile, che si suppone spesso alla base dei cosiddetti raptus, ma piuttosto siano costruiti e collocati dentro itinerari interpretativi che è possibile ricostruire a partire dalla prospettiva di chi li ha vissuti». Se secondo questa prospettiva non esiste una relazione di causa e effetto tra agire violento e malattia mentale, da dove nasce allora l'agire violento? «La finalità della nostra proposta teorica è quella di provare a comprendere quei processi a finale aperto e mai deterministici che animano le esperienze sociali violente, al di là di una rigida distinzione fra normalità e psicopatologia, e tra individuo e società. - ci racconta il Dott. Natali - Nonostante i principali studi sul tema convergono nell’affermare che pur esistendo una moderata ma significativa associazione tra violenza e disturbo mentale, la violenza non è “creata” dalla malattia, ma in qualche modo è una caratteristica temperamentale o di personalità che preesiste alla malattia stessa, ancora oggi la sovrapposizione e la confusione di questi due fenomeni comporta, troppo spesso, una disinvolta riduzione della complessità dell’agire violento alla sola sfera psicopatologica. L’intero studio di Athens e il nostro cercano, invece, di comprendere l’attore violento incontrandolo a latere delle dimensioni psicopatologiche, allontanando così la pretesa che i violenti siano per lo più individui disorganizzati, i cui atti efferati risulterebbero rivelatori di patologie. Inoltre, evitiamo anche di cadere in quell’altrettanto imprudente semplificazione che vede l’essere umano come il prodotto deterministico dell’ambiente in cui vive e, nello specifico, l’atto violento quale prodotto necessario di un mondo sociale violento». Opinione di questi autori è, quindi, che chi commette un'azione violenta non lo faccia in modo passivo, senza effettuare le proprie scelte. Continua il Dott. Natali: «Athens siavvale di un modello cosiddetto “processuale”, in base al quale i fenomeni sono intesi quali esiti di processi di sviluppo le cui fasi iniziali non determinano automaticamente le ultime: l’evento finale, in questo caso l’azione violenta, rappresenta sempre il risultato mai scontato di un lungo e difficoltoso processo interpretativo e simbolico sviluppato, e solo eventualmente portato a conclusione, dal suo attore. Ogni passaggio a fasi ulteriori e a snodi successivi della vicenda è, in quest’ottica, sempre svolto attivamente dalle scelte interpretative dell’attore, il quale non si limita mai a reagire a uno stimolo esterno senza opporre alcuna resistenza, ma, al contrario, interpone quella particolare resistenza riflessiva costituita dal Self, inteso quale filtro simbolico della realtà». È possibile, tuttavia, rintracciare dei tratti o delle caratteristiche che accomunano le persone violente o che commettono comportamenti antisociali? Secondo il Dott. Natali: «bisogna considerare che ogni atto ha una storia e che occorrerebbe sapere qualcosa di questa storia e di quella del suo autore prima di poterne comprendere il senso. Ed è proprio attraverso interviste in profondità a detenuti condannati per i crimini più efferati, che noi ed Athens abbiamo potuto catturare progressivamente i significati degli atti violenti, giungendo a mettere in luce la fondamentale ambiguità che attraversa il nostro mondo e quello degli altri. Da un lato, infatti, il ruolo “attivo” e “riflessivo” dell’individuo nella costruzione dell’azione violenta è lo stesso che presiede e guida qualsiasi altra nostra azione, dall'altro si registra un drammatico scarto fra “noi” e “loro” nel fatto che gli attori violenti scelgono un’azione violenta come mezzo di risoluzione di un conflitto in atto». Questo secondo il Dott. Natali accade perché le persone violente abitano delle comunità fantasma che suggeriscono e, a volte impongono, risposte violente al mondo. Ma che cosa sono queste comunità fantasma? «Dalle nostre ricerche – spiega Natali - è emerso come le persone violente, prima di commettere atti criminali violenti, costruiscono attivamente e riflessivamente le proprie linee di azione. E tutto ciò avviene nel corso di quella conversazione interiore che ciascuno di noi intesse tra sé e sé quando interpreta la realtà: è questo dialogo interiore a conferire senso ai propri atti. In questo soliloquio è la comunità fantasma a rivestire il ruolo di “interlocutore principale”: essa non è altro che il distillato delle nostre esperienze passate “significative” così come da noi vissute, interpretate e rivisitate nel presente nel corso di un processo dialogico e dialogante con i nostri “altri significativi”. L’attributo “fantasma” è dovuto al fatto che questa comunità di opinioni esiste solo e sempre nella forma delle rappresentazioni mentali che il soggetto se ne fa; al tempo stesso, però, tale comunità è ben lontana dall’essere “fantasma” nelle nostre vite reali, in quanto attraverso il soliloquio agisce realmente nei mondi sociali e nelle azioni che gli individui decidono di intraprendere».

Una parte della ricerca del Dott. Natali, raccontata nel suo libro, si è svolta parlando direttamente con alcuni criminali che si sono dichiarati colpevoli di reati gravi. In che modo riesce una persona che ha compiuto reati così gravi a raccontare le proprie azioni ad altri? «I mondi che uomini e donne attraversano, gli eventi accaduti, le persone significative da loro incontrate lasciano tracce durevoli dentro di loro, raccontano la loro storia e chiedono di essere ascoltati e riconosciuti. Tutti noi ci raccontiamo di continuo. Passato, presente e futuro si calano in una conversazione interiore. E quando dialoghiamo con noi stessi proviamo a mettere ordine a quel pluriverso di voci, di immagini e di rappresentazioni che chiedono di essere recepite, seguite e, talvolta, rigidamente obbedite. La “cosmologia” è, allora, anche la costruzione di una trama narrativa rivolta innanzitutto a se stessi: l’agire che le fa da contrappunto è consonante e preso dentro le parole che narrano e danno senso ai nostri incontri con gli altri. In tale prospettiva, l’uomo è un “cosmo”, da lui stesso creato. Ed è questa incessante conversazione con se stessi che fornisce la trama per la costruzione e il continuo aggiornamento di una “cosmologia” personale, intesa come “insieme organizzato di prospettive” con cui guardiamo e interpretiamo il mondo. Ciò che emerge è che prima di commettere un atto violento c’è un processo interpretativo della situazione e della futura vittima, che questa interpretazione è consonante con l’immagine che gli attori violenti hanno e narrano di sé e che, ancora prima, essa è consonante con il loro personale tragitto biografico, spesso segnato da esperienze di violenza subita e agita, esperienze decisive nel percorso di apprendimento della violenza denominato “percorso di violentizzazione”. Possiamo dire che gli attori sociali (anche quelli violenti) non sono né lo specchio dei propri geni o dei propri impulsi né dei mondi sociali in cui si vengono a trovare, il rapporto tra sé e i propri impulsi e quello tra sé e i mondi sociali attraversati e abitati, infatti, è sempre filtrato/mediato da quella cabina di regia chiamata Self, che presiede anche al processo interpretativo e simbolico di cui si è detto».

Tuttavia, esiste uno spiraglio di speranza per queste persone? È possibile che le persone responsabili di atti violenti ed antisociali si pentano sinceramente delle loro azioni? L'opinione del Dott. Natali: «per quanto riguarda l’attenzione del nostro studio, io e il Prof. Ceretti, preferiamo parlare di “cambiamento drammatico di sé”, e cioè ci poniamo la seguente domanda: “Può un criminale violento inaugurare un cambiamento personale verso la non violenza?”. Pur rimanendo una questione assai problematica la nostra risposta è di segno affermativo, proprio a partire dalla convinzione che ogni uomo è un cosmo, capace sempre di scrivere nuovi capitoli del proprio rapporto io-mondo, attraverso l’incontro con l’altro. Per inaugurare l’assai faticoso – ma sempre possibile! – cambiamento graduale verso modalità costruttive di gestione dei conflitti alternative all’uso della violenza e, in generale, del dominio, occorre rompere la trama simbolica e valoriale di segno violento passando attraverso le tappe di ciò che noi definiamo un “cambiamento drammatico di sé”. Il finale rimane, quindi, sempre aperto…».

 

Paola Torelli

 

Lorenzo Natali è dottore di ricerca in diritto penale e criminologia presso l'Università di Milano-Bicocca. Co-autore, assieme ad Adolfo Ceretti, del volume Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali (Cortina, 2009). Svolge inoltre attività di ricerca sui temi ambientali declinati in chiave criminologica (green criminology), anche attraverso l'impiego di metodi visuali.

 

Marco Zuffranieri è docente di Psicologia Criminale e Risk Assessment presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Torino, psicologo specialista in psicologia clinica ed esperto in metodologia della ricerca in ambito psicoforense. È autore di articoli scientifici sulla vittima e sul superamento dell'Ospedale Psichiatrico pubblicati su volumi collettanei e su riviste internazionali.

 

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