ETOLOGIA
UOMINI E BESTIE
Il fattore violenza nel comportamento sociale: una prospettiva etologica. Ne parliamo con Giorgio Celli, uno dei più stimati etologi italiani
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L’etologia. La risposta che gli etologi tendono a dare a tali questioni è la seguente: l’aggressività è normale ed è un istinto proprio di ogni essere vivente. Cerchiamo di addentrarci nel problema: l’etologia (dal greco ethos e logos, che significano rispettivamente «carattere», o «costume», e «ragionamento») è quella disciplina che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale; si dice comparata quando mette a confronto l’atteggiamento animale e quello umano. Quello che vorremmo fare è, servendoci di questa scienza, approfondire la conoscenza delle cause e delle modalità espressive del comportamento aggressivo umano, paragonandolo a quello animale per individuarne analogie e differenze. Nostro punto di partenza sarà il libro di Konrad Lorenz (uno dei principali fondatori dell’etologia moderna), Il cosiddetto male: per una storia naturale dell’aggressività, scritto nel lontano 1963, ma contenente teorie tuttora valide e tenute come costante riferimento dagli studiosi. Ha accettato di commentarle e approfondirle per noi, arricchendole con le sue osservazioni personali, Giorgio Celli, il più conosciuto e stimato etologo italiano.
Istintività della violenza intra-specifica. Asse portante della teoria dell’aggressività lorenziana è la natura istintiva della violenza, che si estrinsecherebbe solo tra individui della stessa specie. Come ci ha spiegato Giorgio Celli, infatti, «per aggressività vera e propria si intende, e questa distinzione bisogna farla, non quella di un leopardo che mangia un’antilope (quella non è una manifestazione di aggressività, bensì una manifestazione della predazione), ma quella fra individui che appartengono alla stessa specie; questa viene detta intra-specifica (e non inter-specifica, che è invece quella del primo caso).» Nonostante quanto si sarebbe portati a pensare, l’aggressività intra-specifica non è nociva alla specie ma, al contrario, è indirizzata alla sua stessa conservazione; nel suo testo Lorenz la definisce uno “strumento essenziale dell’organizzazione di tutti gli istinti per la conservazione della vita”. In particolare, le funzioni del comportamento aggressivo sarebbero tre: la distribuzione equilibrata di esseri di una stessa specie in uno spazio vitale, la selezione del più forte attraverso i combattimenti e infine la protezione della discendenza. Possiamo estendere questo discorso anche all’uomo? «Per una persona che crede nell’evoluzione - ci ha riferito Celli - si può supporre che l’aggressività abbia delle radici simili negli animali e nell’uomo. Su questo, però, ci sono diverse ipotesi; per esempio gli psicologi del comportamento, sulla scia del loro fondatore Watson (il continuatore è stato Skinner, ed è una scuola che ancora oggi ha degli adepti), ritengono che l’essere umano nasca come una tabula rasa, privo di ogni istinto. Quindi, per loro, l’aggressività verrebbe indotta a livello eminentemente culturale (un soldato va in guerra perché viene indottrinato: gli viene detto che deve difendere la patria, che i nemici non sono esseri del tutto umani, che minacciano le donne e i bambini, che vorrebbero espropriare il suo popolo dalla terra natale, e cose di questo genere). Invece, per gli etologi, l’aggressività ha una base istintiva. Essa avrebbe due facce; e infatti è il “cosiddetto male”, secondo Lorenz. La specificazione che precede “male”, “cosiddetto”, significa che viene considerato tale, ma non del tutto, perché l’aggressività è anche una funzione vitale.» Questo per i motivi che abbiamo spiegato in precedenza, strettamente legati alle teorie evoluzionistiche (e alla cosiddetta lotta per la vita, o struggle for life). Tuttavia, il testo di Lorenz, in aperta polemica con le teorie allora dominanti, fu piuttosto osteggiato all’inizio, proprio per questa sua volontà, quasi dissacrante, di mostrare gli effetti positivi del male, visibili appunto da una prospettiva evoluzionistica (la selezione del migliore è favorita dall’aggressività); inoltre, dichiarando le origini istintive della violenza, negli animali come nell’essere umano, sembrava accettare la sua ineluttabilità e ineludibilità (atteggiamento fatalista molto lontano da quello effettivamente espresso dal celebre etologo, come vedremo in seguito).
Ritualizzazione e comportamenti inibitori. Continuiamo a seguire passo per passo la teoria di Lorenz. Per evitare che l’aggressività si ritorca contro le diverse specie animali, la natura avrebbe architettato un sistema di inibizioni, che trasformerebbero le azioni violente in comportamenti fissi, stereotipati, ritualizzati, cosa che ne diminuirebbe notevolmente la pericolosità. Così Giorgio Celli ci ha esemplificato questo discorso: «Negli animali Lorenz ha notato, non per primo, ma teorizzandolo per la prima volta in modo molto forte, il fatto che tra gli individui della stessa specie nascano dei fenomeni inibitori all’aggressività, che fanno sì che gli scontri si ritualizzino; ad esempio, quando due cervi combattono per le femmine, essi non si infliggono delle ferite mortali, ma si danno delle grandi botte con le corna, fino a quando quello con la testa più rintronata se ne va via, ma non con delle ferite gravi. Ci sono dei meccanismi negli animali che ritualizzano lo scontro, il caso più evidente è quello dei lupi; quando dei lupi confliggono per la gerarchia, per chi deve essere il capo del branco, un vecchio capo viene sfidato da un giovane lupo. Durante il combattimento le due bestie per lo più si danno delle grandi spallate; poi, quando quello sconfitto cade sulla schiena, l’altro si avvicina, e sembrerebbe che voglia mordergli la giugulare, atto con cui lo ucciderebbe, ed invece esso lo minaccia soltanto ringhiando e poi lo lascia andar via incolume, in un modo molto cavalleresco. Quindi, non si è trattato di uno scontro all’ultimo sangue, ma piuttosto di un “torneo”; questo succede negli animali frequentemente, anche se non sempre (alcuni, come gli ippopotami, spesso si provocano delle ferite abbastanza gravi). Comunque, nella generalità, il vincitore non perseguita a morte il vinto. Poi è da notare che nei gruppi sociali l’aggressività si ritualizza molto di più tra i membri per mantenere l’assetto sociale. Prendiamo ad esempio un gruppo di galline sull’aia, osservando le quali è facile riscontrare una sorta di gerarchia: una gallina becca le altre ma non è beccata; un’altra gallina viene beccata dalla prima, che è la gallina alfa, ma becca tutte le altre, e così via, fino ad incontrare una gallina che viene beccata da tutte e non ne becca nessuna. All’interno di questo ordine di beccata si stabilisce il principio con cui si forma il gruppo; dopodiché, è necessario che quando la gallina alfa incontra le altre assuma un atteggiamento di minaccia, non importa che le becchi, ma deve far sì che esse restino al loro posto. Questo dimostra come la violenza, l’aggressività all’interno di un gruppo dove si è stabilita una gerarchia serva per mantenere in pace il gruppo stesso, perché altrimenti ci sarebbe un perenne conflitto; invece in questo modo, stabilito chi è il capo, e stabilito quali sono gli animali più importanti e quelli meno importanti, basta che il più importante mostri al meno importante un atteggiamento aggressivo, che quello assolutamente cederà il campo. In breve, l’aggressività serve per il mantenimento stabile della struttura della società.» Abbiamo visto che negli animali l’aggressività viene ritualizzata, osservazione che troviamo ben illustrata e approfondita nel libro di Lorenz. Si parla di ritualizzazione ogni volta che una determinata successione di azioni perde la sua funzione originaria e si trasforma in una cerimonia simbolica; di fatto, quando un comportamento variabile si trasforma in un moto istintivo ereditario. I combattimenti rituali che avvengono tra gli animali assumono così la funzione di ostacolare quegli effetti dell’aggressività che risulterebbero dannosi per la vita comunitaria, senza tuttavia impedire le funzioni indispensabili per la conservazione della specie. In poche parole, la pulsione aggressiva rimane, ma entrano in gioco degli inibitori (i combattimenti rituali, appunto) per evitare che essa diventi troppo pericolosa. Esistono anche altri meccanismi inibitori, sempre secondo Lorenz, il più forte dei quali sarebbe l’instaurazione di legami personali: quando due compagni della stessa specie si conoscono bene, sono sodali o “amici”, risulta più difficile attaccare. E questo ci offre l’occasione per spostare la nostra attenzione sulla razza umana, poiché è un fatto oggettivamente osservabile che, ove vi siano legami affettivi forti tra individui, risulta più difficile attaccare. A dire il vero, non è neanche necessario che questi legami siano forti, poiché basta una simpatia, o la condivisione di un’opinione, di una posizione politica, di una passione, perché venga subito abbandonato ogni atteggiamento di ostilità o antagonismo (“che la persona da attaccare sia anonima facilita grandemente l’innesco del comportamento aggressivo”, notava Lorenz).
L’aggressività nell’uomo. Dobbiamo quindi pensare che anche il comportamento umano, come quello di ogni altro animale, sia dettato e determinato dagli istinti? E come agisce dunque, nella razza umana, il fattore aggressività? «Probabilmente anche nell’uomo ci sono delle basi istintuali - risponde Giorgio Celli -, però gli istinti nell’uomo hanno avuto una potente interazione con la cultura. Non esistono prove concrete che esista un istinto aggressivo, però Lorenz ed altri etologi hanno fatto notare che l’indottrinamento di cui si servono i governi per mandare le persone in guerra è spesso fin troppo rapido, e questo potrebbe dimostrare la presenza di un istinto più profondo, che fungerebbe da base per l’indottrinamento (che proprio per questo motivo funziona sempre in modo così rapido e puntuale). Secondo la teoria di Lorenz, poi, gli istinti crescono se non sono soddisfatti, cioè con il passare del tempo cresce la loro spinta ad estrinsecarsi (un esempio classico è l’istinto sessuale). Sembrerebbe che l’aggressività obbedisca a qualcosa di simile. Un’altra teoria obietta che non è tanto questo istinto che preme, quanto la nostra cultura, del nostro tempo, una cultura di sfruttamento capitalista, espansionista, imperialista, consumista, che genera, per indottrinamento, il desiderio di beni crescenti, e quindi l’idea di appropriarsene, e il desiderio di avere dei mezzi di trasporto comodi, da cui le guerre per il petrolio, etc. Queste due ipotesi sono rimaste sospese, e non si sa bene chi abbia ragione; io penso che abbia ragione, almeno in parte, Lorenz, penso che sia vero che esista un’aggressività istintiva alla base, sulla quale poi agiscono gli indottrinamenti». E qui sorge inevitabile l’interrogativo: qual è dunque la differenza tra l’aggressività umana e quella animale? Lorenz risponde che il comportamento umano è più violento poiché ha subìto un fenomeno di de-ritualizzazione, dovuto al troppo rapido avanzamento della cultura rispetto ai tempi della natura; in pratica, i meccanismi istintivi non sarebbero riusciti a far fronte al rapido avanzamento della cultura, e soprattutto della tecnologia, umana. «L’aggressività diventa violenza quando esce completamente da qualsiasi ritualizzazione - ci spiega Celli -, essa tende negli animali alla ritualità, ma nel caso dei rapporti tra gli uomini perde questo carattere di regolamentazione, trasformandosi in un fatto negativo e mortale. Per quale motivo nell’uomo sarebbe poi diventata così maligna e priva del fattore rituale? Una prima tesi sostiene che è per colpa delle armi. Infatti, se voglio uccidere qualcuno con un coltello, devo vincere inibizioni profonde, perché la persona colpita urla, si muove, chiede pietà, e muore lentamente; al contrario, se sparo con la pistola da una distanza maggiore e la vedo cadere, o se invio un missile, come diceva Aldous Huxley in un suo romanzo, verso L’orfanotrofio al di là dell’oceano, ho quasi l’impressione di non aver compiuto un atto aggressivo. Quindi, il passaggio da un’aggressività ritualizzata a un’aggressività violenta, sarebbe dovuto al fatto che le armi hanno favorito la caduta delle inibizioni. Inoltre, sono convinto che il possesso di un’arma peggiori la natura umana di chi la possiede, nel senso che gli dà una possibilità di dominanza sugli altri che lo rende più asociale e più pericoloso di quanto non lo sia un uomo disarmato; armare qualcuno significa predisporlo all’aggressività violenta. A cominciare dall’arco. La pietra scheggiata o l’osso, con cui gli uomini primitivi picchiavano in testa l’avversario, erano strumenti di un’aggressività che si esprimeva più a fatica; invece se tiro con l’arco o sparo, cioè se la vittima è lontana, è come se le lanciassi una maledizione, (infatti, sparare o tirare con l’arco sono atti magici: da lontano si uccide una persona), e questo fa sì che venga meno l’inibizione ad uccidere individui della mia stessa specie».
Diversi tipi di aggressività? Apparentemente esistono svariate tipologie di comportamento aggressivo. A noi sembra naturale poter distinguere almeno tra due forme alternative di violenza: da un lato quella più istintiva, immediata, causata dalla delusione, dal disappunto, dall’ira tempestiva che sorge contro un avversario durante una discussione accesa, dall’altro quella effetto dell’odio, che appare più meditata, meno spontanea, quasi calcolatoria, ed è quella che accompagna gli atti di intolleranza e discriminazione, e ovviamente le guerre. «Non direi, - ci smentisce subito Celli - non sono diverse come qualità, ma come intensità, poiché hanno diverse motivazioni profonde. Per esempio, quella contro gli immigrati si fonda su una base di aggressività generale ma è accompagnata da un potente indottrinamento, totale, simile a quello che era stato elaborato contro gli ebrei, verso i quali vi è stato un vero e proprio indottrinamento storico. Le idee antisemite circolavano dapprima negli ambienti intellettuali, per poi essere trasmesse da Hitler alla massa critica. Quindi gli ebrei sono stati dapprima perseguitati in una maniera più “leggera” (ad esempio si lanciavano sassi contro i loro negozi), ed in seguito sono stati mandati nei lager. A causa dell’indottrinamento, quella che prima era solo aggressività si è trasformata in violenza vera e propria, trascinandosi a lungo nel tempo. Al contrario, l’aggressività dovuta a frustrazione è una cosa momentanea, però probabilmente le basi sono le stesse: l’una ha bisogno di essere indottrinata perché si manifesti, l’altra no, è più immediata, però io direi che l’aggressività profonda è la stessa, e consiste nel voler fare del male a qualcuno oppure nel voler rimuovere un ostacolo. Anche nel caso degli ebrei si voleva rimuovere l’ostacolo, l’ostacolo alla felicità della Germania, per conservare la purezza del sangue, e così via. Anche allora, tuttavia, l’aggressività tendeva ad essere una funzione di sopravvivenza, perché gli ebrei erano considerati una minaccia per la sopravvivenza del popolo tedesco. In conclusione, la vera differenza tra questi due tipi di aggressività sta esclusivamente nel peso che può assumere la cultura e l’indottrinamento culturale.»
Come combattere la violenza. Se è vero che l’aggressività è un istinto così radicato nel profondo, ci chiediamo se possano esistere dei modi per eluderla. È vero che non possiamo eliminarla in nessun modo, sosteneva Lorenz, però da un lato possiamo tentare di ri-direzionarla, vale a dire rivolgerla verso un oggetto alternativo (“è l’espediente più geniale che l’evoluzione abbia inventato per costringere l’aggressività su binari innocui”, scriveva il famoso etologo nel libro ad essa dedicato), e dall’altro possiamo sublimarla. La sublimazione, termine freudiano, implica non la sostituzione dell’oggetto, bensì l’introduzione di un gesto diverso; quindi, nel primo caso sfodereremo un bel calcio contro un bidone per non sfogare la nostra rabbia contro la persona con cui siamo infuriati, mentre nel secondo svolgeremo un’attività “purificatrice” che ci permetta di svuotarci dell’energia aggressiva che abbiamo accumulato. Un esempio? Lo sport, oppure l’arte, o la scienza. «Lorenz diceva che lo sport inibisce l’aggressività, - spiega ancora Giorgio Celli - invece, come si può vedere negli stadi avviene il contrario; però probabilmente Lorenz parlava dei calciatori, non degli spettatori. Chi esercita uno sport ed è impegnato in competizioni, certamente scarica la sua aggressività; ma non chi assiste, che per questo è così violento. I calciatori a volte sono aggressivi, ma sempre meno dei loro tifosi, poiché nella loro violenza vi è una gran parte di ritualità. Io credo che gran parte di questa aggressività nell’uomo dipenda dall’indottrinamento e che una società sana a cui non prema la guerra potrebbe rendere meno virulenta quella parte di aggressività che invece fiorisce perfettamente quando la società promuove la guerra (come il fascismo, il nazismo e adesso parte del popolo americano). Quindi, l’unica possibile soluzione sta nell’avere una società sana: se si vogliono evitare le guerre bisogna fare una cultura della pace, e soprattutto una cultura che dimostri che tutti gli uomini sono uguali, e che tutte le culture hanno in se stesse la propria giustificazione».
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Konrad Lorenz, L’aggressività, Milano, Il Saggiatore, 2008 (prima edizione: Vienna, 1963).
- Konrad Lorenz, L’anello di re Salomone, Milano, Adelphi, 2007 (prima edizione: 1949).
- Giorgio Celli, Konrad Lorenz: l'etologo e i suoi fantasmi, Milano, Bruno Mondadori, 2001.
- Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale. In Opere Sigmund - Freud (OSF), vol.4, Torino, Bollati Boringhieri, 1970.
- Sigmund Freud, Pulsioni e loro destini. In OSF, vol.8, 1976.
- Sigmund Freud, Il problema economico del masochismo. In OSF, vol.10, 1978.
Elena Bonesi
Giorgio Celli è un personaggio poliedrico e familiare a ciascuno di noi per un motivo diverso; l’elenco delle attività da lui svolte è molto lungo: etologo, entomologo, ecologo, conduttore televisivo, scrittore di romanzi e poesie, autore teatrale, professore universitario… Noto ai più per la sua passione per i gatti, di cui si è dichiarato “ammiratore e complice”, è impegnato come docente presso l’Istituto di Entomologia "Guido Grandi" dell'Università di Bologna e coordina un gruppo di ricerca sulle alternative ai pesticidi in agricoltura, sull'ape come organismo indicatore dell'inquinamento ambientale. Inoltre, è stato conduttore del programma televisivo di Rai 3 “Nel regno degli animali” e impegnato in politica tra le file dei Verdi (che ha rappresentato nel Parlamento europeo tra il 1999 e il 2004). Tra le sue opere, Ecologi e scimmie di Dio, Feltrinelli, 1995; Bestiario postmoderno, Editori riuniti, 1990; Il gatto di casa: etologia di un’amicizia, Muzzio, 1997; La mente dell'ape: considerazioni tra etologia e filosofia, Compositori, 2008.
Articolo completo pubblicato sulla versione cartacea della rivista






