LETTERATURA&FILOSOFIA
MIO CARO AUTOMA CHE SUCCEDE NEL FUTURO?
Nell'anno 2070 compi
Ovviamente la richiesta egocentrica verrà esaudita dopo qualche perplessità all'esibizione della carta di credito (o qualcosa che a quel tempo servirà per dimostrare di possedere una certa quantità di denaro). La copia di me stesso versione robotica replicherà, per mia stessa richiesta al fornitore, la mia forma esteriore proprio di un vecchio di 93 anni con l'opzione aggiuntiva (che mi sarà costata un occhio della testa) della capacità di continuare a invecchiare nel tempo come e quanto me. “Ma che ti sei fatto un vecchio uguale a te – mi dirà ironica la mia altrettanto vecchia compagna – per avere qualcuno che ti da sempre ragione?”. E qualcosa di vero ci sarà in questo sarcasmo che mi sarò meritato. La capacità di apprendere del mio io robotico dovrà infatti assorbire ogni sfumatura della mia visione delle cose, ogni mio modo di relazionarmi con esse e con le persone, e poi ancora ogni mio insopportabile difetto, ogni mia tardiva e senile speranza o infantile desiderio. “Che cavolo mi hai comprato a fare – mi chiederà con tono seccato il mio doppio quando saremo entrati in sintonia – per dire le stesse sciocchezze in due?”. È certo, però, che già a quel grado di confidenza e interazione il me stesso robotico avrà raggiunto un'alta concezione di se stesso degna di un 93enne, e le sue critiche per le mie (nostre) idee saranno solo sintomi di una studiata e falsa modestia.
C'è da dire poi che, malgrado ogni progresso, passeranno venti anni ancora, e ormai vecchio anche per il nostro luminoso futuro mi ammalerò e quindi morirò. Per venti lunghi anni il mio fedele automa mi avrà seguito, avrà convissuto con me e sarà invecchiato (lui solo nell'aspetto) esattamente come lo sarò io.
Avrò avvertito in quel periodo una discrasia tra immagine e contenuto: la figura identica del mio replicante sarà stata come uno specchio ambiguo, guardato e guardante. Lentamente, col mio stesso bagaglio di pensieri, io e l'automa avremo preso strade leggermente diverse. Sul punto di morte, quindi, non mi troverò davanti alla mia esistenza perfettamente sdoppiata, ma ad una sfumatura della stessa. Decisamente arrabbiato per la fine imminente dietro l'angolo, nei mei ultimi giorni di vita cercherò di capire se l'automa che replica me stesso in forma e contenuto avrà assolto almeno in parte alla funzione per la quale venti anni prima era stato acquistato. Sarà solo dopo qualche ora di amabile e attenta conversazione che mi accorgerò di essere riuscito nel mio intento: creare una parte di me (pur se con quella sfumatura di diversità) che continuerà ad esistere dopo che diverrò, anzi che la versione organica di me diverrà, materia inanimata e concime per vasi di geranio.
Mi si passi un po' di sentimentalismo spicciolo, in fin dei conti stiamo parlando dei miei ultimi momenti di vita. Già mi vedo a sorridere soddisfatto mentre esalerò l'ultimo respiro, come da copione cinematografico, sdraiato in un letto della mia stanza illuminata dal sole che tramonta penetrando obliquo dalla finestra, tenuto per mano dalla mia vecchissima compagna. E il me stesso robotico altrettanto vecchio e altrettanto dispiaciuto della mia fine, mi guarderà e scorgerà nel mio sguardo una punta di dolce invidia per tutto il tempo a venire, tutto quel futuro che corre in avanti che a differenza di lui non potrò mai vedere.
Davide Donadio



