SOCIETÀ
IL TATTO ED IL BON TON
Il bon ton, sinonimo di buona educazione, etichetta o galateo, è la capacità di stare bene in società rispettandone le regole ed i comportamenti. Il tatto, invece, significa rispetto per gli altri; si scrive “tatto” ma si legge “riguardo per la persona”. Si può essere bene educati senza avere tatto e, addirittura, mostrare disprezzo per il prossimo.
Delphine Seyrig, nel film Baisers volés (Baci rubati) recita: “Se un uomo entra in una stanza da bagno e vede che c’è una signora nuda, esce subito e dice: scusi, signora. Questo è un uomo bene educato. Ma se, uscendo, dice: scusi, signore, quest’uomo ha tatto.” Il tatto è anche un ingrediente indispensabile dell’eleganza; Stanislaw Jerzy Lec chiosò: “Il gambero arrossisce dopo la morte. Che finezza esemplare, in una vittima!” Ha tatto colui che fornisce motivi e ragioni di una decisione permettendo così, agli altri, l’accoglimento, l’aggiustamento o il respingimento della stessa. Mentre è solo bene educato chi comunica per frasi assertive e vuol convincere con assunti rendendo difficile il conseguimento di una sintesi concordata. Recente è l’asserzione: “io sono democratico, quando gli altri sono d’accordo con me faccio come suggeriscono, altrimenti vado avanti da solo”. Non ha stima del prossimo colui che è sempre pronto a “correre in soccorso” dei vincitori ed imperversa su tutte le televisioni, in tutte le trasmissioni e su tutti i giornali a sbraitare le sue opinioni ed i suoi veleni. Né il magnate o il politico che, in età avanzata, non si decide a passare la mano.
E neppure chi, in nome dell'efficienza, vuole abrogare il "culturame" costituzionalista e promuovere l’analfabetismo civile. "Ogni tempo ha il suo fascismo", diceva Primo Levi. Avere tatto vuol dire anche instaurare rapporti di fiducia ed onorarne tutte le implicazioni, come pagare i debiti e non scaricarli su figli e nipoti, anche quelli non ancora nati né concepiti. È stato da incoscienti trasformare i debiti in merce da mettere in circolazione (cartolarizzazione) creando le condizioni per l’ultima crisi ed è criminale che le banche insistano in queste pratiche quando non siamo ancora usciti dall’emergenza. Non è attento al prossimo chi magnifica la società dei consumi dove, per ogni bisogno soddisfatto, se ne creano altri dieci, né lo è il commerciale che pur di venderti un oggetto o un servizio, non esita ad enfatizzare gli aspetti positivi e sottacere quelli negativi, per non parlare delle clausole capestro che vengono nascoste abilmente. “Ogni mattino si svegliano un furbo ed uno stupido, quando si incontrano, nasce un affare”. E che dire delle banche che fanno profitti “alleggerendo” i correntisti di parte dei loro soldi invece di compensarli per averglieli lasciati usare; esse, oltre a scaricare sui clienti i rischi di impresa, applicano balzelli di ogni sorta. Non hanno attenzione per l’uomo gli esercizi commerciali, ed i grandi gestori di servizi (Enel, Telecom, ecc.), quando, cercando di contattarli per un reclamo o un chiarimento, ci si sente opporre un muro di gomma fatto di segreterie telefoniche e di operatori che non danno rispostema “possono inoltrare una richiesta che verrà evasa entro 48/72 ore!”. Per non parlare della frustrazione dovuta ai minuti di attesa al telefono “per non perdere la priorità acquisita” e la linea che cade quando finalmente l’interruzione della musichetta di intrattenimento, fa sperare nel contatto desiderato. Il tatto è sensibilità, non si usa il manganello per indicare la strada ed è in mala fede chi vuole esportare la democrazia in paesi dove le multinazionali non hanno vita facile mentre si è stati complici di regimi come quelli di Pinochet in Cile o di Duvalier ad Haiti. Non fa certo esercizio di stima chi accusa di buonismo gli atteggiamenti tesi all’integrazione degli immigrati. "Buonismo", secondo lo Zingarelli indica un "atteggiamento bonario e tollerante che ripudia i toni aspri del linguaggio politico", ma, nell’uso corrente, è diventato sinonimo di pappamolle, più preoccupati a dare una buona impressione che ad aiutare effettivamente gli altri; infatti l’accusa di buonismo è temuta e rigettata. C’è poi chi alimenta la paura verso il povero che, più che insidiare il benessere, mette in evidenza l’ineguaglianza. Prima erano i meridionali “brutti terroni”, poi sono arrivati i magrebini “vu cumprà”, quindi gli albanesi e, recentemente, i rumeni. Adesso che stanno passando di moda anche loro, chi ricoprirà quel ruolo? I sudamericani o i vietnamiti? Taluni, per asserire l’innata tendenza a delinquere di costoro, rispolverano le teorie di antropologia criminale del Lombroso di oltre un secolo fa e “comunque sono tutti sporchi, vestiti male, non sanno parlare, hanno una dentatura rovinata ed una montagna di figli al seguito, che oscenità!” Può il vivere civile prescindere dall’esercizio del potere? E, quest’ultimo può essere compatibile con il rispetto per la persona? Ma questo è un altro film! L’assenza sia di tatto che di buona educazione caratterizza il cafone ed il violento. Parliamo dei programmi televisivi gridati in cui la rissa ed il parlare l’uno sull’altro fa mostra di inciviltà, o del politico che rivolge agli avversari epiteti offensivi e gratuiti, oppure di chi sottrae risorse al welfare per finanziare iniziative belliche internazionali, o di chi sabota giustizia e scuola. Quando la mancanza di tatto diventa crimine? In Italia, ogni giorno, avvengono tremila infortuni sul lavoro di cui tre fatali. Come definire gli industriali, i legislatori e quei manager che permettono che ciò accada? E noi? Siamo veramente estranei?
Raffaele Giglietti