Venerdì 11 Giugno 2010 09:36
Raffaele Giglietti
SOCIETÀ
IL TATTO ED IL BON TON
Il bon ton, sinonimo di buona educazione, etichetta o galateo, è la capacità di stare bene in società rispettandone le regole ed i comportamenti. Il tatto, invece, significa rispetto per gli altri; si scrive “tatto” ma si legge “riguardo per la persona”. Si può essere bene educati senza avere tatto e, addirittura, mostrare disprezzo per il prossimo.
Delphine Seyrig, nel film Baisers volés (Baci rubati) recita: “Se un uomo entra in una stanza da bagno e vede che c’è una signora nuda, esce subito e dice: scusi, signora. Questo è un uomo bene educato. Ma se, uscendo, dice: scusi, signore, quest’uomo ha tatto.” Il tatto è anche un ingrediente indispensabile dell’eleganza; Stanislaw Jerzy Lec chiosò: “Il gambero arrossisce dopo la morte. Che finezza esemplare, in una vittima!” Ha tatto colui che fornisce motivi e ragioni di una decisione permettendo così, agli altri, l’accoglimento, l’aggiustamento o il respingimento della stessa. Mentre è solo bene educato chi comunica per frasi assertive e vuol convincere con assunti rendendo difficile il conseguimento di una sintesi concordata. Recente è l’asserzione: “io sono democratico, quando gli altri sono d’accordo con me faccio come suggeriscono, altrimenti vado avanti da solo”. Non ha stima del prossimo colui che è sempre pronto a “correre in soccorso” dei vincitori ed imperversa su tutte le televisioni, in tutte le trasmissioni e su tutti i giornali a sbraitare le sue opinioni ed i suoi veleni. Né il magnate o il politico che, in età avanzata, non si decide a passare la mano.
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Venerdì 07 Maggio 2010 10:51
Paola Torelli
PSICOLOGIA SOCIALE
PERCHÈ SEI CATTIVO?
Stare insieme: aggressività tra individuo e società
Non passa giorno della nostra vita in cui non entriamo in contatto con gli altri. Le nostre interazioni sono molteplici e coinvolgono tutti gli aspetti della nostra vita: familiari, amici, sconosciuti... La nostra vita è scandita da meccanismi e da prassi che regolano lo stare insieme. Alcune volte questi meccanismi sono risposte meccaniche ad una situazione, come per esempio salutare un familiare, altre volte sono meccanismi più complessi, come il cercare di addolcire qualcosa di sgradevole che si sta per dire al nostro interlocutore. In ogni caso è grazie all'esistenza di questi preziosi meccanismi che la società riesce a stare unita e a non creare divisioni all'interno dei suoi membri. Pensiamo, ad esempio, se un giorno tutti decidessimo di dire e di fare tutto ciò che ci passa per la testa. Di sicuro sarebbe una giornata atipica, ma in che modo ne risentirebbero i rapporti tra gli individui? Cosa accade quando quei meccanismi che regolano lo stare insieme si rompono? E quando accade ciò? Una componente della sfera umana che di sicuro mina le basi di questa convivenza pacifica è l'aggressività.
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Martedì 04 Maggio 2010 16:00
Maddalena Letari
SOCIETÀ
LA COMPAGNIA DEGLI SCIOCCHI
Gli italiani che se ne fregano dell’Italia e quelli che si vergognano di essere italiani
La Rochefoucauld affermava che una persona di spirito avesse bisogno di essere circondata da un gruppo di sciocchi per sottolineare la propria intelligenza. Il pessimista francese, consacrato alla gloria grazie ai cioccolatini, avrebbe probabilmente sorriso ai risultati di un’indagine statistica secondo la quale un italiano su quattro si vergogna di essere italiano. Si sarebbe chiesto: e gli altri tre? A conferma del proprio aforisma avrebbe scoperto che uno è troppo occupato alle slot-machine del bar sottocasa, il secondo si unisce ad improbabili gruppi su Facebook e il terzo si commuove se sente l’inno nazionale e, mano sul cuore, si alza in piedi e canta. I nostri lettori non giudicherebbero stolti questi tre e probabilmente neppure La Rochefoucauld; certo è che lo scrittore, per la sua naturale tendenza a vedere nero, avrebbe simpatizzato per l’italiano arrossito fino alle orecchie, considerandolo l’unico conscio di una realtà che farebbe ridere se non facesse così piangere.
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Giovedì 01 Aprile 2010 19:23
Gabriele Maestri
SCIENZE SOCIALI
PSICOLOGIA DELLA CREATIVITÀ
Cosa accomuna un artista, un inventore di campagne pubblicitarie, un fumettista e uno scrittore? Alla scoperta di creatività, fantasia e immaginazione: un docente di psicologia della personalità spiega cosa sono, come funzionano e quale importanza hanno nella vita di ognuno.
Da
vari anni è entrato nell’uso comune un termine pronunciato con rispetto, se non con ammirazione: «fantasista». In passato il termine aveva attecchito soprattutto nel calcio, riferito a quei giocatori che sapevano tirare fuori dal cilindro giocate ricche di estro capaci di risolvere una partita; oggi, invece, il titolo si concede volentieri a chiunque sia in grado di stupire con trovate geniali, sia che reciti su un palco, suoni uno strumento, scriva un testo o si inventi una campagna pubblicitaria fenomenale. Per essere fantasisti, quasi che fosse una professione, sembra non occorrere altro che essere «schiavo dell'artista che c’è in me», come cantava Enrico Ruggeri: il genio, se c’è, non chiede altro che di poter lavorare. Chi sa usare la fantasia, dunque, sembra avere una marcia in più rispetto ad altri, ma chi non è un “professionista” della creatività non esercita in alcun modo la fantasia? Prima ancora, cos’è e come funziona la creatività? A parlarne è Accursio Gennaro, docente di psicologia della personalità all’università «La Sapienza » di Roma e autore nel 2006 del volume La personalità creativa, edito da Laterza.
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Martedì 30 Marzo 2010 15:54
Raffaele Giglietti
SOCIETÀ
SE NON COMUNICHI NON ESISTI
Pochi si sono soffermati a considerare l’uomo come un terminale interattivo, stimoli ed informazioni che entrano ed escono da ogni individuo. Il valore di una esistenza è proprio determinata dalla vivacità di questo scambio, in assenza del quale, semplicemente, la persona non esiste
"Se non pu
oi allungare la vita, allargala! “. Ci sono vite filiformi, al limite dell’esistenza e vite floride, piene di interessi e di relazioni. La differenza tecnica tra queste due condizioni è il flusso di interscambio, ovvero la quantità e qualità di informazioni che vengono scambiate con l’ambiente esterno all’individuo. In questo ambiente ci sono cose, piante, animali, persone che a loro volta hanno un'attività, più o meno vivace, di ricezione/emissione di segnali. Sì, anche le cose emettono segnali e possono “reagire” a particolari sollecitazioni, dagli atomi all’universo intero con tutte le sue componenti. La differenza tra l’uomo ed il resto consiste nella coscienza della propria esistenza. Da Sant’Agostino “Si fallor sum” (Se sbaglio esisto), a Cartesio “Cogito ergo sum” (Penso dunque sono), inclusa la sua deformazione goliardica ottenuta elidendo la prima “g”, in tanti si sono cimentati nel tentativo di provare questa esistenza.
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Martedì 16 Marzo 2010 16:15
Maddalena Letari
SOCIETÀ
UOMINI IMPOTENTI E DONNE DI POTERE
Le dispari opportunità degli uomini poco tutelati e delle donne senza scrupoli
L’Economic F
orum ha pubblicato ad ottobre il Global Gender Gap Report 2009, che segnala i diversi livelli di “pari opportunità” nel mondo, per quanto riguarda l’istruzione, l’equità dei salari, la possibilità di impiego, la partecipazione politica, la rappresentanza nei consigli di amministrazione che contano. Inutile dire che l’Italia non è al primo posto. Rispetto all’anno precedente perde, anzi, 5 posizioni, dal 67° posto al 72°, ma anziché criticare la “società degli uomini” converrebbe chiedersi se sono le donne che non hanno capacità o gli uomini che permettono loro certe corsie di preferenza, il più delle volte valutando unicamente il merito di un bel fondoschiena; se sono le donne che preferiscono starsene a casa mantenute dall’ex marito o gli uomini che proprio non ce la fanno a capire che fare la lavatrice o i piatti non toglie dignità; se sono le donne che non vogliono coinvolgersi nella vita politica o se sono gli uomini che le tengono fuori, facendole entrare solo quando il dovere d’immagine lo reclama.
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Martedì 09 Marzo 2010 17:59
Maddalena Letari
SOCIETÀ
PRONTUARIO DEL PECCATORE MODERNO
Peccati: Dante ne dava una precisa collocazione nell’Inferno, oggi se ne può trovare una dettagliata catalogazione in farmacia, con relativo prodotto da assumere sia per sconfiggerli, sia per esaltarli.
"Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni iniqui, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimone che proferisce menzogne, e chi semina discordie tra fratelli”. Proverbi, 6:16-19. Considerando le Scritture, non si ravvedono in esse espliciti indicazioni rispetto ai Sette Peccati Capitali; nella Bibbia l’unico riferimento ad una lista invisa a Dio viene riportato integralmente nell'epigrafe in alto a questo articolo, tutto sommato un elenco di sette caratteristiche che sembrano rapportarsi all’identikit della persona iniqua, del peccatore verace. Più affini alla cultura popolare che ai testi Sacri, i Sette Peccati Capitali percorrono in lungo e in largo anche le arti, dalla letteratura alla pittura, dalla musica alla scultura, rappresentandoci tutti possibili colpevoli, comunque fallaci perché troppo umani.
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Lunedì 01 Marzo 2010 10:39
Minima Immoralia
SOCIETÀ
LUSSURIA IN WEBCAM
Storia di una donna che da due anni si esibisce in Rete per soddisfare le richieste di chi la vede. «Prima facevo la cubista e non arrivava un lavoro vero; ora sto in cam anche 8 ore al giorno».
C'è chi i peccati li commette e c’è chi ci lavora. Si usa dire che la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma la lussuria col tempo si evolve e non resta mai indietro. Il piacere sessuale non passa più soltanto attraverso il contatto tra i corpi, a colmare le distanze ha pensato la tecnologia e più di qualcuno ha trovato in fretta il modo di ricavarne qualcosa. Il fenomeno ha assunto dimensioni impressionanti: basta digitare su un motore di ricerca le parole «ragazze in webcam» per avere 371mila risultati; se al posto di «ragazze» si scrive «donne» i collegamenti offerti sono oltre un milione e i numeri raddoppiano usando i corrispondenti termini in inglese. Tra queste donne c’è anche Gessica Lion: 32 anni, lombarda, ha scelto quel nome di fantasia (che mescola il suo segno zodiacale alla sua indole graffiante) per offrire la sua immagine in webcam, cosa che fa da circa due anni. «Prima avevo iniziato a ballare sui cubi nei locali. – ricorda – Avevo 19, 20 anni e parlai con un’amica che lavorava in un’agenzia di ragazze immagine: posso dire di aver fatto la cubista essenzialmente per soldi, anche se non nascondo che in fondo mi piaceva. Di quel periodo ricordo soprattutto la gente che si divertiva».
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Giovedì 25 Febbraio 2010 14:56
Paola Torelli
SOCIETÀ
COMPORTAMENTI SOCIALI E TABU'
Che cosa porta una società a creare delle limitazioni così forti ai suoi membri? Ne parliamo con il professor Francesco Paolo Colucci, ordinario di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca
Tabù. In ogni società esistono cose che si possono fare a altre che non si possono fare. Ogni società in ogni tempo e ogni parte del mondo è dotata, infatti, di proprie "leggi" che distinguono ciò che è ritenuto corretto da ciò che al contrario non lo è. Esistono vari tipi di divieti: quelli dettati dalla legge, quelli dettati dalla cultura o dalla morale comune e quelli imposti dalla religione. Un caso particolare di divieto, collocabile in quest’ultimo campo è quello dei tabù. I tabù, infatti, indicano delle proibizioni che coinvolgono un insieme di comportamenti o di usanze definiti come sacri e proibiti. A dimostrazione della particolare importanza che viene data ai tabù, basta pensare che per scoraggiare una certa azione che viene considerata tale, essa non solo viene proibita tramite leggi e proibizioni, ma anche attraverso il biasimo e la riprovazione di cui viene fatto oggetto chi infrange il divieto. Bisogna pensare che soprattutto in certe società antiche o molto chiuse, bastava anche solo l’essere additato come diverso, come qualcuno che va contro la morale comune per scoraggiare la gente ad infrangere regole prestabilite.
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Lunedì 22 Febbraio 2010 18:54
Redazionale
SOCIOLOGIA
QUELLO CHE PUOI FARE? TE LO DICIAMO NOI
Il peccato come strumento di regolamentazione del comportamento
Stare
al mondo. Affetti e passioni, desideri e volontà di controllo sono fenomeni sociali e individuali complessi da gestire e creano inevitabilmente complicazioni. Per ovviare a questo disordine umano, si è pensato di regolamentare il comportamento dell'individuo nella società e dell'individuo con se stesso. Legge civile, penale, morale, mito e religione sono accomunati dall'esigenza di frenare, o quanto meno accompagnare, l'impulsività e l'imprevedibilità del comportamento umano. L'etica è il “modo dello stare al mondo”, sosteneva Heidegger. Scegliamo o ci viene imposta (dall'educazione o dall'ambiente) un'etica che ci fornisce un mondo pronto, comprensibile, dove sappiamo quello che è giusto e quello che è sbagliato. Ancora prima delle prescrizioni e delle regole di comportamento, è la visione del mondo che sta alla base di qualsiasi etica particolare ad ordinare e a catalogare azioni in vizi e virtù. Una condotta, quindi, è morale se si adegua a questa visione, immorale se non lo fa.
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Martedì 16 Febbraio 2010 16:36
Maddalena Letari
SOCIETÀ
IL PANE E LE ROSE
"Il comunismo è pane e rose, il necessario e il superfluo, una società dove si mangia meglio e di più (non solo pane), dove si lavora meglio e di meno, ma anche una società dove si è più felici, realizzati, liberi" (Karl Marx)
 Ancora una volta dovremmo umanamente simpatizzare con il povero Karl. A giudicare dalle prime notizie di questo 2010 carico di aspettative e disperazione, tutto quello che il filosofo-economista sperava, ma anche quello di cui era certo, sembra così lontano e irraggiungibile. Per fortuna, si dirà, non stiamo vivendo in un’era comunista, in quell’illusoria società perfetta vagheggiata da Marx. La nostra realtà è ben diversa: il necessario non è garantito ed il superfluo è spreco o fumo negli occhi. Il 2010 è iniziato con la rivolta dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, pagati 20 euro per 14-16 ore di raccolta di frutta e ortaggi made in Italy. Sfruttati, umiliati, costretti a vivere peggio delle bestie, infine deportati: poco pane e uniche rose quelle dei pallini sparati loro contro dai fucili che i bianchi del luogo si portano dietro: déjà vu nelle pianure negli stati del sud degli USA, nel Sudafrica dell’apartheid a Soweto o in Ruanda.
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Mercoledì 03 Febbraio 2010 18:11
Maddalena Letari
SOCIETÀ
TEMPUS FUGIT
Elogio all’ozio: un’enorme fatica a passare dai tempi stretti ed affannosi del lavoro a quelli più comodi del dopo-lavoro, si è reperibili ventiquattr’ore su ventiquattro, con doppio impiego, se no non si sbarca il lunario, votati al sacrificio in nome del PIL
Il te
 mpo fugge, scappa lontano da noi, che siamo incapaci di fermarlo o viverlo appieno. Gli ultimi decenni del secolo scorso e i primi dieci anni di quello attuale avrebbero dovuto affrancare l’umanità dalla schiavitù del lavoro, l’imponente sviluppo tecnologico e l’automazione avrebbero dovuto fornire più tempo alla giornata dei lavoratori per coltivare i propri interessi e i propri affetti. L’idea illuminista del progresso che rende liberi si è, però, rivelata una bufala e se il tempo-lavoro ante crisi è stato votato alla produttività senza limiti e senza orari, il tempo della crisi economica odierna ha prosciolto i lavoratori mettendoli in cassa-integrazione, mescolando il riposo all’angoscia. Chi è ancora impiegato sembra faccia, comunque, un’enorme fatica a passare dai tempi stretti ed affannosi del lavoro a quelli più comodi del dopo-lavoro; si è reperibili ventiquattr’ore su ventiquattro, con doppio impiego, se no non si sbarca il lunario, votati al sacrificio in nome del PIL.
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Martedì 29 Dicembre 2009 16:14
Maddalena Letari
ATTUALITÀ
DATEMI UN MARTELLO
Le celebrazioni di Berlino: i cambiamenti nel mondo diviso tra Est e Ovest
L
 e ricorrenze, come quella del ventennale dalla caduta del muro di Berlino, portano una ridondanza di ricordi e celebrazioni che a volte rischiano di saturare le coscienze. Chi non c’era non capirà mai quanta schiavitù ci vuole per comprendere la libertà, chi c’era si emozionerà, sperando di poterlo fare anche alla prossima occasione. La rievocazione lentamente si svuota di significato e ci confonde nelle tante letture degli eventi, non serve neanche ad evitare altri sbagli, infatti la Storia continua a non imparare mai dai propri errori: i muri israeliani, irlandesi, messicani, ciprioti, coreani reggono ancora benissimo, per non parlare delle barriere che abbiamo nella testa fatte di pregiudizi e false credenze. Tornando a Berlino, l’idea morale e giuridica dell’uomo a est e a ovest del muro, da una parte proprietà dello Stato e dall’altra libero di autodeterminarsi, è diventata patrimonio dell’Umanità, ma se il muro è crollato è perché è crollata prima l’ideologia che lo reggeva, il libero arbitrio umano difficilmente la spunta sulla Storia e tutto succede quando deve succedere.
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Giovedì 24 Dicembre 2009 09:31
Gabriele Maestri
SOCIETÀ
UN NATALE DA CONSUMARE
Gli acquisti natalizi sono una sorta di rito collettivo. Analisi dei meccanismi che inducono i consumatori a entrare in un negozio e comprare: strategie e tecniche pubblicitarie trasformano un oggetto in un sogno
La parola «sogno» entra p
 restissimo nel vocabolario di una persona: non si smette di fantasticare quando i capelli virano al bianco, figurarsi quando gli anni sono ancora pochi e la strada da percorrere è molta. I sogni non conoscono latitudini né stagioni, ma secondo molti il Natale è il periodo propizio: sarà merito (o colpa) delle storie e dei racconti che fin dalla tenera età si ascoltano e si ripetono, oltre che della convinzione che in quei giorni sia nato un bambino speciale. Tutti i sogni, tuttavia, prima o poi svaniscono e quelli legati alle feste non fanno differenza, anzi: se nel 1976 Francesco De Gregori trasformava «Dolly del mare profondo» e «il figlio del figlio dei fiori» in assassini di Babbo Natale, a simboleggiare la fine dei sogni (e delle fiabe) da bambini e l’inizio della vita adulta, la morte dei sogni di Natale era iniziata ben prima che il Principe dei cantautori desse alle stampe l’album Buffalo Bill. A pensarci bene, tutto ha cominciato a cambiare quando i sogni si sono potuti scegliere, comprare e impacchettare: ormai dentro la confezione può esserci quasi ogni cosa, purché sia a portata di portafogli o di carta di credito. E se chi riceve il regalo continua a interessarsi soprattutto a ciò che sta nel pacco, seguire l’avventura dell’acquisto e svelarne i meccanismi che possono influenzarlo è decisamente più stimolante.
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Mercoledì 23 Dicembre 2009 18:54
Raffaele Giglietti
SOCIETÀ
SIATE GENTILI CON I VOSTRI FIGLI, SCEGLIERANNO LORO IL VOSTRO OSPIZIO
Si è giovani per meno di un sesto della propria vita ma, è proprio in quel lasso di tempo che ci si gioca l’intera esistenza. È l’età del rigetto delle regole e dei ruoli precostituiti. Gli adulti spesso li giudicano con severità e dimenticano che i giovani ci saranno ancora quando la quasi totalità degli adulti di oggi sarà scomparsa
 Questo scritto va letto da due punti di vista, quello dell’adulto/anziano, ex-giovane deluso con la sufficienza dei disincantati, e quello del giovane che, sovente, al pari di Tafazzi, sembra godere nel farsi del male. Ai primi giova l’ammonimento “Siate gentili con i vostri figli, saranno loro che sceglieranno il vostro ospizio!”. Mentre ai secondi occorre spiegare meglio cosa è, e cosa comporta l’incultura ed il conseguente disimpegno. Definiamo meglio l’argomento da trattare sperando di non essere troppo “pallosi”; immaginiamo la nostra vita come una torta di sei porzioni che va consumata a fette di dimensioni più o meno equivalenti.
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Lunedì 16 Novembre 2009 08:57
Raffaele Giglietti
SOCIETÀ
PER CAMBIARE IDEA BISOGNA AVERNE ALMENO UNA DI SCORTA
La penuria di idee affligge principalmente quanti sono affetti da localismo spinto. Il forte senso di appartenenza e l’adozione del dialetto, quale mezzo di esclusione degli “estranei”, conferisce loro una percezione di superiorità che è scambiata per razzismo
Per
essere davvero razzisti, però, ci vorrebbe più perspicacia di quanta ne richieda il semplice comportamento utilitaristico a difesa di privilegi e potere. Le persone in oggetto si crogiolano nel tepore di un ambiente ristretto, in cui la propria voce conta, è ascoltata dagli altri membri della “confraternita” e dove nessuno li obbliga a fare sforzi per migliorarsi. Costoro temono perciò lo spazio esterno, vissuto come ostile, e si illudono che l’universo possa essere tenuto alla larga; tipico è il tormentone: ad un palmo dal mio culo può cascare il mondo! Ad essi serve mantenere viva l’esistenza di un nemico forte e minaccioso, perché fornisce un facile ed immediato senso di appartenenza: noi siamo di qua, nel giusto, contro tutti gli altri. Essi sono prevalentemente caratterizzati da livello di istruzione fermo alla scuola dell’obbligo con scarsa capacità di rapportarsi al di fuori della cerchia familiare e locale, tra loro: bottegai mai divenuti commercianti, artigiani incapaci di imprenditoria, agricoltori che sfruttano i sussidi comunitari, vari Monsù Travet, persone che beneficiano di rendite di posizione ed altri assolutamente incapaci di competere. Su questo “humus” allignano con faciltà xenofobia, omofobia e superstizioni varie. A costoro basta il dialetto per quasi tutte le relazioni, sono interessati solo a quello che riguarda la comunità, amano i raduni tribali e le sagre paesane e danno fiducia a chi dà loro ragione.
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Giovedì 12 Novembre 2009 11:10
Maddalena Letari
SOCIETÀ
LA PAURA E' UN ODORE
I rituali della paura nell’improbabile post-crisi economica
Che la
 paura sia un odore lo diceva Gaber, profeta dell’attuale era barbarica, lui sosteneva che “non si è mai coraggiosi abbastanza per diventare vigliacchi definitivamente”, eppure aveva riconosciuto, nell’uomo degli anni ’70-’80, quel seme della generazione ansiosa e della degenerazione della solidarietà che sono ormai elementi portanti del nostro quotidiano degrado. Gaber definiva la paura, forse per nobilitarne il senso, “vigliaccheria emotiva” e aggiungeva inoltre che, di notte, solo, in giro per Milano, se incrociava un’ombra sospetta, solo allora amava la polizia, e lei lo sapeva perché si faceva desiderare. Se Gaber facesse una passeggiata per Milano oggi, probabilmente incrocerebbe una ronda e forse avrebbe paura sul serio. Al di là degli sproloqui artistici e ritornando al concreto, una lettura della attuale realtà ci viene offerta dalle solite indagini statistiche che stabiliscono, prima di tutto, che la paura ha un ceto. Il suo status sociale varia a seconda del grado di istruzione del soggetto.
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Venerdì 30 Ottobre 2009 09:49
Gabriele Maestri
SOCIETÀ
SCHIAVE VENUTE DA LONTANO
Oltre metà delle prostitute attive in Italia (circa 70mila in tutto) sono straniere, molte di loro clandestine. La situazione nelle province rivierasche del Po, le azioni delle forze dell’ordine per debellare lo sfruttamento e il racconto di chi da anni aiuta queste donne, ricche di sogni e speranze
 Sarà che nel 2008 compiva mezzo secolo la “legge Merlin”, quella che fece chiudere le case di tolleranza, e in terra di Po le ricorrenze si festeggiano prima di tutto parlando. Sarà che, cinquant’anni più tardi, due parenti lontanissime (e non solo in senso cronologico) della senatrice veneta sono tornate sull’argomento: prima depositando un referendum per riaprire le case chiuse («Garantendo strade sicure ai cittadini e libertà dalla schiavitù alle prostitute» spiegò Daniela Garnero, già coniugata Santanché), poi proponendo un disegno di legge per punire la prostituzione in strada e nei luoghi pubblici («Il ddl non regolamenta la prostituzione, ma la contrasta duramente» dichiarò lo scorso settembre alla stampa Mara Carfagna, da pochi mesi ministro delle pari opportunità). Sarà che, nel mezzo, periodicamente nostalgici della marchetta, tentati moralizzatori, sindaci e altri soggetti hanno cercato di modificare la normativa vigente, magari per motivi diametralmente opposti. Resta il fatto che l’argomento delle “donne in vendita” non passa mai di moda: il tempo si divide solo in stagioni in cui se ne parla di più o di meno. La questione è sentita praticamente da tutti, non c’è luogo d’Italia che non sia interessato dal fenomeno: ogni realtà cerca di rispondere, a volte con le regole, altre volte contro le regole, altre volte, semplicemente, con il cuore e mettendosi in gioco.
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Martedì 27 Ottobre 2009 14:07
Redazionale
SOCIETÀ
CONFRONTARSI
I giovani italiani rispetto ai coetanei europei risultano più chiusi e timorosi verso la diversità culturale. E questo tipo di chiusura comporta ritardi anche nella capacità di innovazione e di progresso sociale
 Perchè si teme, si combatte o si cerca di evitare la diversità? La parola “diversità” ha una ricca serie di sfumature e può riferirsi a molti aspetti della vita sociale e umana. La diversità può essere fisica, in primo luogo (colore della pelle, fisionomia). Poi vi sono diversità di costume, di tradizioni, di visioni e mentalità. Ma diversità da cosa o da chi? Non si richia di semplificare troppo la questione se si afferma che l'essere umano, tendente a riunirsi e strutturarsi in società, sia imprigionato tra desiderio di individualismo e di affermazione e l'altrettanto forte desiderio di uniformarsi al gruppo per essere accettati. Chi entra o cerca di entrare in questo spazio (apparentemente) omogeneo, magari se portatore di “diversità”, viene guardato con diffindenza o addirittura respinto e combattuto. L'attualità ci spinge a considerare un tipo di diversità culturale e sociale che incontriamo attraverso l'immigrazione. È questo uno dei timori più diffusi del nostro tempo. La Fondazione Intercultura ha analizzato un vasto campione intervistando 1.400 giovani frequentanti le scuole superiori di varie regioni italiane. Ne è emerso un quadro inquietante. La maggior parte dei giovani italiani percepisce la presenza dello straniero all’interno dei confini in modo esagerato (il 30% è il dato percepito contro l'8% del dato reale). Altro dato negativo è che a confronto dei coetanei europei gli italiani appaiono più timorosi e rigidi nei confronti degli stranieri. È chiaro che questo dato è la risultante di una reazione emotiva di timore e della strumentalizzazione di questa stessa paura ad opera della politica.
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Mercoledì 30 Settembre 2009 16:07
Raffaele Giglietti
SOCIETÀ
IDEALISMO VS PRAGMATISMO
Oggi il termine “Ideale”, da sostantivo pregno di significati e di pulsioni positive, è degradato ad un uso, quasi esclusivo, come aggettivo qualificativo di cose spesso effimere: l’auto ideale, la vacanza ideale, ecc. Dare dell’idealista a qualcuno ha assunto una connotazione negativa perché allude alla sua mancanza di senso della realtà.
di Raffaele Giglietti
Idealismo è sinonimo di
 spiritualismo, utopia, purezza ed è il contrario di praticità, disincanto, realismo. Queste ultime sono le caratteristiche del cosiddetto Pragmatismo. Ideali sono le fedi politiche, la libertà, gli stili di vita virtuosi, le religioni, la patria, eccetera. Tra gli idealisti si iscrivono anche: animalisti, ambientalisti, anarchici, monarchici, comunisti, … Per definizione ciò che è ideale non è reale, e ciò che è reale non è ideale. Mentre gli idealisti tengono ferma la direzione e guardano con sospetto ogni deviazione, i pragmatici sono consci del fatto che portare a termine qualcosa vuol dire tradurre (e tradire!) le idee originali. Il pragmatismo è tolleranza nei confronti dei simboli, preferenza dell’approssimazione all’esattezza e della flessibilità al rigore. Dal confronto caratteriale si evince che l’idealista è spesso serioso e triste mentre il pragmatico, in preda a “euforia relazionale”, ispira ottimismo.
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